sabato 28 gennaio 2012

"Who Goes There?", recensione film e romanzo






La recensione di oggi riguarda uno dei classici sia delle narrativa fantascientifica che della cinematografia che ha visto diverse interpretazioni dello stesso concetto, ovvero l'incontro tra esseri umani e un organismo alieno ostile. Parliamo di “Who Goes There?” letteralmente, “Chi va là?”, di John Campbell, uno dei migliori autori di Fantascienza degli anni Cinquanta. Si tratta di un romanzo breve che ebbe due trasposizioni cinematografiche. La prima fu "La cosa da un altro mondo" di Howard Hawks, e la seconda fu "La Cosa", di John Carpenter, nel 1982. In realtà esiste anche un altro film ispirato al soggetto, il prequel "The Thing", del 2011, ma di questo ne parleremo in altra occasione.  Per ragioni di economia di spazio ho infatti deciso di dividere questo articolo in due puntate in modo da esaminare bene sia il romanzo sia le sue versioni cinematografiche, e dare quindi a voi la possibilità di discutere in modo esauriente dei differenti aspetti della trama. Ma andiamo con ordine partendo dal romanzo. Campbell scrisse il suo “Who Goes There?” nel 1938, facendo uso di un pseudonimo, quello di Don A. Stuart. Perché? Per il semplice motivo che lui era già noto come scrittore di Space Opera, un genere fantascientifico abbastanza fracassone capace di storie che potevano andar bene per i pulp magazine alla “Astounding Stories” e roba simile. Ma per i romanzi di migliore qualità, ossia per quella che anche all’epoca era considerata Narrativa di serie A, usava appunto uno pseudonimo.

John W. Campbell J.R.

La trama è abbastanza semplice: un team di scienziati al Polo Sud trova una nave aliena sepolta da milioni di anni nel ghiaccio. Nel tentativo di liberarla dalla calotta usano bombe incendiarie causando così la distruzione del prezioso reperto. Ma qualcosa si è salvato della nave: il suo pilota, un essere che è rimasto sepolto nel ghiaccio dall’aspetto mostruoso che evidentemente era riuscito a uscire dal velivolo o ne era stato espulso in fase di atterraggio. Gli scienziati portano l’alieno alla propria base con l’intento di eseguire l’autopsia al più presto possibile. Purtroppo per loro, l’essere non solo non è morto, ma è in grado di sopravvivere apparentemente per sempre, risvegliarsi e fagocitare altri organismi assumendone al tempo stesso la forma. Non solo: è anche in grado di facoltà telepatiche che gli consentono, letteralmente, di soggiogare le proprie vittime con una certa facilità. Lo stile del romanzo è molto moderno e le azioni sono veloci ed efficaci. Campbell non perde tempo a descrivere l’aspetto dei personaggi che in questo libro appaiono come ombre, manichini che si agitano sullo sfondo il cui solo protagonista è proprio la Cosa. Uno degli aspetti che più mi è piaciuto dei personaggi di questo libro è che nessuno si comporta da idiota, come è invece si è soliti fare in moltissimi film horror o di SF, “Alien”, in primis. Gli scienziati descritti dall’Autore sono individui intelligenti e lucidi e, proprio perché ricercatori, sanno benissimo che il solo modo per combattere l’orrendo nemico non è quello di diventare isterici o perdere il controllo, ma di agire in modo coordinato. Anche il loro nemico, la Cosa, è un essere intelligente e lo dimostra speso e volentieri. Si tratta della classica lotta senza esclusione di colpi perché è in gioco non solo la vita degli umani ma del mondo. Ecco un dialogo significativo che, molti anni dopo, fu praticamente riadattato da Carpenter per la sua versione cinematografica del romanzo. Si tratta del dialogo che vede Blair, il medico della base, sezionare la prima vittima del mostro, uno dei cani da slitta di nome Charnauk”:


“Ma cosa avrebbe voluto fare, secondo te?”
“Non so, controllare il nostro mondo, immagino.”
“Così, da solo?” ansimò Connant. “Diventare un dittatore solitario?”
“No.” Blair scosse il capo. Il bisturi con il quale stava giocherellando cadde; si chinò a raccoglierlo, e il suo volto rimase nascosto, mentre parlava. “Sarebbe diventato la popolazione del mondo.”
“Diventato… avrebbe popolato il mondo? Si riproduce asessualmente?”
Blair scosse ancora il capo e deglutì. “Non… non ne ha bisogno. Pesava quaranta chili. Charnauk ne pesava circa quarantatre. Sarebbe diventato Charnauk, e gli sarebbero rimasti ancora quaranta chili per diventare Jack, per esempio, o Chinook. Può imitare qualunque cosa… cioè, può diventare qualunque cosa. Se avesse raggiunto l’oceano antartico, sarebbe diventato una foca, o magari due foche. E le foche avrebbero potuto aggredire un’orca, e diventare orche, oppure un branco di foche. O forse avrebbe divorato un albatros, una procellaria, e sarebbe arrivato a volo all’America meridionale.”
Norris bestemmiò sottovoce.
“E ogni volta che avesse digerito qualcosa e l’avesse imitata…”
“Avrebbe avuto a disposizione la sua massa originaria, per ricominciare,” terminò Blair. “Niente potrebbe ucciderlo. Non ha nemici perché diventa quello che vuole diventare. Se una orca l’avesse aggredito, sarebbe diventato un’orca. Se fosse stato un albatros, e un’aquila l’avesse attaccato, sarebbe diventato un’aquila.”


Come ho già detto, Campbell seguì la regola che anch’io vado predicando da un po’ di tempo: usare solo il necessario per la storia tagliando scene ed elementi superflui in modo da rendere la storia il più possibile scorrevole ed efficace. I personaggi di questo romanzo non sono molto approfonditi e solo il clima del luogo è descritto con una certa enfasi, ma in modo calcolato: Campbell usa il fattore climatico come espediente per segnalare al lettore che la base degli umani è praticamente isolata e che dovranno cavarsela da soli. Davvero un altro mondo rispetto alla paccottiglia di romanzetti Horror che spopolano da noi, dove l’inforigurgito la fa da padrone rendendo noiosa la fruizione delle storie. E stiamo parlando di un romanzo del 1938… Trattandosi di un classico posso anche rivelarvi come finisce: gli scienziati riescono a distruggere la Cosa e esaminano la navetta che l’essere aveva tentato di costruire per sfuggire ai suoi nemici. Campbell inoltre persegue lo schema dello “Show don’t tell” e si vede, perché le descrizioni delle scene, delle aggressioni del mostro e delle reazioni degli umani sono da cardiopalma. Intendiamoci: “Who Goes There?” non è certo un libro perfetto perché, ad esempio, l’Autore avrebbe potuto certamente dedicare qualche paragrafo a caratterizzare meglio i personaggi in modo da non farli sembrare tutti uguali, però la narrazione è fluida ed efficace e se fosse pubblicata oggi sarebbe un’opera molto gradevole.

Locandina italiana del film "La Cosa da un altro mondo", di H. Hawks


Howard Hawks e La Cosa:

“Scarface”, “Red River” e altre classiche pellicole degli anni ’50 sono solo alcuni dei lavori di Hawks che tredici anni dopo la pubblicazione di “Who Goes There?” decise di trarne un film con il titolo “La cosa da un altro mondo”. Come spesso accade, il film ha poco in comune con il romanzo e molte differenze. Prima di tutto l’aspetto politico, e quindi la nevrosi dell’invasione sovietica, paura tipica del cittadino medio americano che vedeva ogni nuovo giorno con il rischio di trovarsi l’Armata Rossa a marciare a pochi passi dal giardino di casa, e che convinse il regista a fornire una potente connotazione propagandistica alla pellicola. Sul piano della trama, la “Cosa” diventa un essere dalle caratteristiche vegetali assai inquietanti, ma perde la possibilità di imitare le altre forme viventi. Sebbene sia molto intelligente non divora le proprie vittime, le uccide soltanto. L'alieno vuole solo sfuggire ai suoi persecutori e per farlo adotta ogni mezzo a propria disposizione. Uno dei motivi per cui Hawks decise di cambiare carattere e aspetto della Cosa furono i mezzi tecnologici a disposizone dell’industria cinematografica del periodo.


"La Cosa" secondo H. Hawks

Sarebbe stato impossibile ricreare un alieno in grado di cambiare forma come quello descritto da Campbell e l’esigenza di non rischiare scarsi incassi convinse Lee Greenway, l’esperto di effetti speciali del film, a realizzare 18 differenti tipi di “Cosa” per soddisfare le pretese del regista. Non solo: l’attore che impersonava il mostro, James Arness, dovette girare vestito da alieno per Los Angeles ogni volta con un make-up diverso, fino a quando le reazioni della gente diventarono abbastanza spaventate da convincere il regista del risultato. Una delle differenze del film con il romanzo (e con la versione di Carpenter) è il fatto che la base artica è comandata dai militari e non è una installazione civile. Come ospite anche un giornalista, descritto in modo abbastanza ingenuo per la verità, che serve a creare un legame empatico tra le vicende del film e il pubblico in sala. I ricercatori di Hawks sono inetti o, come si direbbe in America, “teste a uovo”. Uno di essi, Carrington, è convinto che sarebbe molto utile comunicare con la Cosa e ci prova lui stesso, salvo poi essere ucciso dall’essere. D’altra parte, il ruolo dei militari è chiaro: uccidere il mostro senza se e senza ma, perché il ricorso alla violenza è visto come il solo modo per liberare la Terra dal pericolo di un alieno senza sentimenti in giro per il mondo. Questo aspetto è il vero lato moderno del film. Oggi, sebbene spesso  i film horror essudino violenza da ogni poro, la violenza è vista in genere come disprezzabile, sostituita dal ben più pacifico “dialogo”. Questa visione dipinge gli eventuali personaggi militari come rudi “colli di cuoio” tutti muscoli e poco cervello, ma sebbene sia una stereotipo, tale espediente narrativo è a mio modo di vedere  preferibile, dal punto di vista della verosimiglianza. Ecco, per esempio, un dialogo famoso tratto da “Fanteria dello Spazio” di Robert Heinlein, altro nome noto della Gold Science Fiction degli anni ’50 ( e di ogni tempo, a dirla come si deve):


“Una nostra compagna gli disse a bruciapelo: “Mia madre sostiene che la violenza non ha mai risolto niente.”
“Davvero?” Il signor Dubois la guardò come se non la vedesse. “Sicuramente i cartaginesi sarebbero lieti di saperlo. Perché tua madre non va a dirglielo?”
Non era la prima volta che litigavano, visto che nella sua materia non si poteva essere bocciati non c’era bisogno di far restare buono il signor Dubois.
“Mi sta confondendo con una scema?” Ribatté lei, “Lo sanno tutti che Cartagine è stata distrutta migliaia di anni fa.”
“Mi era sembrato che fossi tu a non saperlo” disse lui con aria cupa. “Ma, dal momento che lo sai, non sembra anche a te che la violenza abbia deciso il destino di quella città in maniera alquanto definitiva? In ogni caso, non stavo scherzando te, ma stavo deridendo una teoria assurda, abitudine alla quale non rinuncerò mai. A chiunque si attenga alla dottrina storicamente inesatta, e completamente immorale, che la violenza non ha mai risolto niente, vorrei consigliare di evocare i fantasmi di Napoleone Bonaparte e del duca di Wellington, e lasciare che discutano la cosa tra loro. Il fantasma di Hitler potrebbe fare da arbitro e la giuria potrebbe essere formata dal dodo, dall’alca impenne e dal piccione viaggiatore. La violenza e la forza bruta nella storia hanno risolto più situazioni di qualsiasi altro elemento, e chiunque pensa il contrario è un illuso. Le specie intelligenti che hanno dimenticato questa verità fondamentale hanno regolarmente pagato l’errore con la vita e la libertà.”


Questo non è il luogo né il momento per discutere dell’uso della violenza nei film o nei romanzi e neanche della pratica del “politicamente corretto” che tanto va di moda oggi, ma è mia intenzione discutere dell’aspetto narrativo. L’atteggiamento dei militari del film di Hawks è chiaramente a senso unico, ma era dettato dalla paranoia contro i Sovietici. Pertanto, anche per come finisce il film, con la solita e ormai patetica frase “Guardate i cieli! Guardate i cieli!” va interpretato con un occhio di riguardo al periodo storico. Discorso diverso per un romanzo o un film scritto oggi. L’uso della violenza indiscriminata è certamente da condannare, ma se dobbiamo descrivere scene d’azione, se vogliamo narrare qualcosa di verosimile, allora è inutile affidarsi all’improbabile ma a ciò che sarebbe l’atteggiamento più logico davanti a un pericolo. Nessuno evacuerebbe con calma un edificio in preda alle fiamme per paura di calpestare altre persone viste come "vittime innocenti”, ma il senso di autoconservazione tipico di qualsiasi essere vivente scatenerebbe il panico incontrollato. Lo stesso dicasi sul campo di battaglia, sia essa una lotta tra due o più individui sia una guerra vera e propria. Cercare di far virare la storia verso sentimenti di “pace & prosperità”, per dirla alla Signor Spook, può essere una soluzione, ma dobbiamo guardare al contesto, altrimenti ci ritroveremo per le mani una storiella infantile e di scarsa qualità. E infatti, dal punto di vista della scorrevolezza, il romanzo di Campbell è nettamente migliore del film di Hawk, che pure non rinuncia alla violenza dei militari, ma non in modo così rude. Il film di Hawks è una schifezza, allora? Non proprio perché, come abbiamo già detto, un'opera va letta o guardata a seconda del proprio contesto storico. Con la Guerra Fredda come spauracchio dell’Occidente, il film di Hawks ha certamente senso, ma a parere di chi scrive è stato superato in ogni aspetto da quello molto più moderno di Carpenter che, sia detto per inciso, realizzò anche una versione più fedele al romanzo.


Fine Prima Parte


Massimo Valentini

venerdì 20 gennaio 2012

La Narrativa Bizzarra



La Narrativa Bizzarra, italica traduzione del termine anglosassone “Bizzarro Fiction”, è una derivazione della corrente letteraria chiamata New Weird, a sua volta modernizzazione del Fantastico classico. Come ramo, tale corrente letteraria esiste da poco tempo, circa una decade, grazie alla pubblicazione di una Casa Editrice di larghe vedute ma di poca rilevanza economica, la Eraserhead Press (lett. “Stampa tagliatrice di teste”) fondata nel 1999 da Carlton Mellick terzo, a sua volta autore dello stesso genere. Parliamo di storie volutamente esagerate, irriverenti e allucinate come e più delle storie New Weird. Anche i titoli sono eloquenti: “Zombie e Shit”, “Satan Burger”, “The Haunted Vagina” di Carlton Mellick III, ma anche  SZMONHFU di Hertzan Chimera, “Skimming the Gumbo Nuclear” di M. F. Korn rendono già l’idea di cosa parlano. Tuttavia la nascita ufficiale del termine “Bizarro” è ancora più recente della nascita del genere stesso: il 2005, quando cioè le tre principali case editrici specializzate, la già citata  Eraserhead Press, l’Afterbirth Books e la Raw Dog Screaming Press decisero che “Bizarro” era un eccellente termine per indicare il genere delle loro pubblicazioni. La logica usata dagli scrittori di Bizzarro Fiction è tipica dei cartoni animati dove le vicende ruotano attorno a fattori ed eventi non sempre rispondenti a scelte di causa ed effetto. L’ambientazione è tendenzialmente instabile e il lettore esperto, ma avvezzo solo a fatti chiaramente pre-ordinati dallo scrittore Fantastico, potrebbe trovare tali storie bislacche e inverosimili. Tuttavia questo non si evince e se questi libri, a condizione che vengano scritti da persone competenti, non sono affatto stupidi o erotici in modo gratuito come potrebbero sembrare. Si tratta invece di libri intelligenti, spesso beffardi.
Copertina di "Razor Wire Pubic Hair" di C. Mellick III
Opere decisamente sconosciute in Italia dove, accanto a esponenti avant-garde del panorama letterario mondiale, troviamo troppo spesso pseudo opinionisti televisivi di libri il cui solo fine nella vita è blaterare di ampollose argomentazioni pseudointellettuali intorno a casi editoriali spesso costruiti a tavolino e, come tali, privi di qualsivoglia valore estetico. Immaginate cosa sarebbe, per questi signori, recensire “The Haunted Vagina”, che vede il protagonista esplorare la vagina della propria fidanzata che per qualche ignoto motivo è diventata il regno dell’oltretomba, o “Sex and Death in Television Town” dello stesso Autore, che descrive una società modellata sui vecchi western abitati da banditi ermafroditi che combattono all’ultimo sangue contro abitanti dal corpo umano ma dalla testa a forma di televisore.
Copertina di "Shatner Quake" di J. Burk
Altro libro molto carino, almeno per chi scrive, è “Shatnerquake”, di Jeff Burk, che descrive personaggi interpretati da William Shatner, l’indimenticato Capitano Kirk della celebre prima serie di Star Trek, che vagano per il nostro mondo per trovare e distruggere l’attore in carne e ossa. Uno dei libri più divertenti è “Help! A Bear is Eating Me!” di Mykle Hansen, che poi è anche il solo libro del genere tradotto e pubblicato qui da noi dalla Meridiano Zero con il nuovo titolo di “Missione in Alaska”. Ora, a parte che il titolo reale, “Aiuto! Un orso mi sta mangiando!”, rende meglio l’idea, c’è da dire che si tratta anche del libro forse meno Bizzarro tra quelli esistenti, anche se presenta una varietà di elementi differenti dai canoni del New Weird.
Copertina italiana di "Help! A Bear is eating me!"
La storia vede quale protagonista un idiota arrivista attratto solo dal dio denaro che, finito schiacciato dal proprio SUV, vede con orrore un orso avvicinarsi e divorargli i piedi. Mentre assume anestetici per combattere il metodico lavorio della bestia, riflette sulla sua vita e comincia a parlare ad alta voce di orsi e della moglie da lui tradita con uno stile talmente beffardo da apparire quasi comico. A questo punto è bene precisare che New Weird e Bizzarro Fiction non sono affatto la stessa cosa, ma generi differenti. Vero è che presentano svariati elementi fantastici comuni ma il New Weird, di solito, presenta storie di più elevato valore artistico mentre, al contrario, la Bizzarro Fiction è nata per divertire chi legge, non per cercare una perfetta forma estetica della narrativa. Questa è almeno l'opinione dei critici a stelle e strisce, anche se chi scrive non pensa che la Bizzarro fiction sia semplicemente qualcosa da leggere e buttare, perchè molte delle storie sono particolarmente ben costruite e mostrano qualità ben superiori a tante altre di generi diversi. Non è ovviamente il caso di parlare di Bizzarro fiction qui da noi, almeno degnata di uno sguardo da parte del nostro sistema editoriale. In Italy va di moda il Med Fantasy, genere da non disprezzare, certo, anche se i libri delle varie Allibis, Troisi, Strazzulla, Rosso, ecc. non sono certamente a livello di nessuna storia di Bizzarro fiction che abbia mai letto! Lasciando perdere le opinabilissime scelte editoriali nostrane, dobbiamo dire che anche il cinema annovera ottimi esempi di film Bizzarri che molte volte sono di produzione orientali, giapponesi in primis. Solitamente B Movies non sempre di eccelsa qualità, non è raro trovare però vere e proprie opere d'arte di celluloide. Gli esempi sono tanti, ma non è questo il post adatto per parlarne. Bastino solo tre nomi di registi del Sol Levante come Minoru Kawasaki, Takashi Mike e Shinya Tsukamoto autori di film a tratti sgradevoli ma certamente intelligenti e coraggiosi, spesso snobbati dalla critica occidentale.  Per quanto riguarda la vostra curiosità relativa alla mia Seconda Generazione vi anticipo già che “Primus, l’uomo che sognava di vivere” è un esponente del New Weird e non della Bizzarro Fiction, anche se alcune scelte stilistiche sono certamente allucinate e distanti dai soliti schemi usati, almeno qui da noi. Ma questa, come si dice, è un’altra Storia…

Massimo Valentini

martedì 10 gennaio 2012

"Amazon", recensione





Quella che segue è la recensione di un libro molto particolare, l’edizione ultima e più aggiornata del romanzo "Amazon", di Gianluigi Zuddas, pubblicata nel 1998. Un’edizione che, al pari di tutti gli altri libri di questo Autore, è praticamente da collezione perché introvabile nelle librerie, non solo italiche. Di lui, io stesso possiedo molto poco: il bellissimo “Stella di Gondwana” regalo del mio amico e collega Ivan Croce (e di cui non finirò mai di ringraziarlo) e la raccolta “Solomon Kane, il giustiziere” pubblicata dalla Nord nel 2002 dove questo scrittore ha dato prova della propria abilità finendo alcuni dei racconti di Robert E. Howard, cioè il famoso creatore di personaggi di primo livello nella storia dell’Heroic Fantasy mondiale quali il già citato Kane, Conan il Cimmero, Bran Mac Morn e altri. Ricordo agli amici amanti del Fantasy, o meglio dell’Heroic Fantasy Vero, che lo stile di Howard non è esattamente semplicissimo da imitare, se non si vuole scadere nel ridicolo involontario. Dico così perché le azioni di personaggi come Conan o dello stesso Kane sono descritte in modo tale da ricordare, almeno a chi scrive, certi autori della Grecia Classica, Omero in testa, ma con una chiarezza e una vivacità degna dell'epoca moderna. Se affidati a mani meno capaci, questi racconti potevano risultare ridicoli perché lo stile del Bardo di Cross Plain, com'era soprannominato Howard, era molto particolare. Completare una storia di Kane, con la competenza e umiltà di cui ha saputo dare sfoggio Zuddas, non è quindi una bazzecola. (A proposito: anche “Solomon Kane, il giustiziere” è stato un regalo del buon Ivan al quale devo ben più di un caffè!

 
Copertina di "Solomon Kane, il giustiziere"

Adesso, molti di voi staranno atteggiando la propria bocca in una “oh” abbastanza evidente: “Ma, Val, sei proprio sicuro che stai parlando di uno scrittore italiano Fantasy e non, che so, di Marion Z Bradley o un altro nome serio del Fantasy mondiale?” Beh, sia detto per inciso, io non sono affatto contro i libri Fantasy italiani: io sono contro gli scribacchini magnificati con recensioni buone solo per il macero, e questi non sono solo italiani! Ma non ho nulla contro gli autentici artisti della parola scritta. E Zuddas, a mio modo di vedere, lo è. Così Artista, anzi, che non ha mai parlato di sé come di chissà chi e che, come ogni buon Talento che si rispetti, si è visto rifiutare i suoi lavori da un sacco di gente, quando invece vediamo in giro la pubblicazione di autentiche porcate pubblicate da tante majors. Per chiunque non conosca questo scrittore, può tranquillamente consultare la pagina di Wikipedia italiana (che però, curiosamente, dedica poche righe a uno scrittore del genere e molte a personaggini insignificanti usciti dai reality). Ad ogni modo, Zuddas è autore di svariati romanzi e racconti ma ha finito di scrivere (e pubblicare) cose nuove da più di venti dannatissimi anni, dedicandosi anima e corpo alle traduzioni per conto di varie Case Editrici di un certo livello. Vero è che ha scritto un nuovo romanzo di recente (no, non ve lo dico qual è, cercatevelo da voi. Un aiutino: tra il titolo svetta la parola "computer") Finito il prologo partiamo subito con la recensione:


Trama:

“Diecimila anni or sono, come è ben noto, il bacino del Mediterraneo si riduceva all’enorme lago conosciuto come Mare Interno, e sulle sue coste – nonché sulle sue numerose isole – la fauna umana presentava alcune differenze con quella che oggi ne calpesta le dorate spiagge. Nell’isola di Kos, per fare un esempio, il dominio dell’Argone (che predilige gli uomini-cavallo) è subordinato al potere dei Preti del Gelo, capaci di scatenare bufere grazie alla loro forza mentale, mentre in quel di Coralyne la Diaconessa Lugunda imbandisce Banchetti dei Profumi dove i commensali più colti parlano solo in Lingua Incomprensibile, e nel Palazzo reale di Nedda alcuni sacerdoti cercano di capire lo strano funzionamento di un quintetto di antichi gong che hanno la facoltà di scaraventare in luoghi lontani chiunque capiti fra le loro vibrazioni… Aggiungiamo che fra questi gong vengono a trovarsi due bellicose amazzoni impegnate in una missione di spionaggio, e a questo punto non resterà altro che godersi le loro avventure nel gustosissimo mondo Sword and Sorcery che la sbrigliata fantasia di Gianluigi Zuddas ha saputo creare, a metà strada fra gli esempi di certi illustri precedenti angloamericani e una vena personale di salutare dissacrazione.”


Recensione:

Non mi vergogno di dire che ho conosciuto questo scrittore per caso, nella più classica delle occasioni, parlandone con appassionati di Fantasy che ne magnificavano questo o quell'aspetto in relazione alle sue opere. Il primo dei suoi libri che ho letto è stato il già citato "Stella di Gondwana" (ultima e aggiornata stesura nel 1999) un Heroic Fantasy non solo ben scritto ma deliziosamente particolare sia come storia che come stile, decisamente scoppiettante. Anche "Amazon" lo è, scoppiettante dico, perchè è favorito da uno stile semplice e lineare, caratterizzato da frasi molto scorrevoli senza quelle odiose iperboli sbrilluccicose che tanti autori italioti amano usare come bandiera del proprio stile.

 
Gianluigi Zuddas

Esplicito, questo è un termine che potrei usare per descrivere lo stile di Zuddas ma non in senso sessuale, anche se i riferimenti al sesso compaiono quà e là senza peraltro essere fini a se stessi come quelli che compaiono, ad esempio, in "Bryan di Boscoquieto nella terra dei mezzidemoni". Ombra di Lancia e Goccia di Fiamma, ovvero gli stessi personaggi che ritroveremo in "Stella di Gondwana", non sono forse un capolavoro di approfondimento psicologico ma sono divertenti, usano termini a tratti rudi, a tratti ironici, quasi beffardi, e il linguaggio che usano è molto credibile. Sia l'una che l'altra sono amazzoni e Zuddas ne ha fornito una caratterizzazione che si sposa bene con il mito delle donne guerriere, una caratterizzazione che le varie guerriere frignone stile Nihal dovrebbero imparare quando vogliono essere donne combattenti che non appaiano sono come donzelle capricciose armate delle tre consonanti CTS, ovvero c(ulo), tette & spada. Quanto all'ambientazione potremmo dire che Zuddas è uno degli Autori che ha dato una bella prova della narrativa italica, sezione Fantasy, NON seguendo il solito Tolkien ma anzi differenziandosi in modo preciso e deliziosamente efficace. La cosa carina di questa come di altre opere di Zuddas è la vena umoristica: non che "Amazon" sia un Fantasy alla Pratchett, intendiamoci, ma semmai un libro scanzonato, ironico, che mostra diversi punti di contatto con la vivace e quasi coatta ironia di Howard. Non mancano "invenzioni" divertenti che pescano tranquillamente sia nella realtà storica che nella fantasia. Gli aggeggi di Uko Gormirane, che sembrano fratelli tecnologici del Drago Carro di Cobal Gavelord (il folle e pomposo inventore di "Stella di Gondwana") sono assai più tecnologici di incantesimi e sfere di fuoco del solito Fantasy, ma usati in modo tale da apparire essi stessi magici, come se il punto di vista del narratore fosse ambientato in una sorta di Medio Evo alternativo. Tutto rose e fiori, quindi? No, ovviamente, anche perchè, ricordatevelo, non esiste Il Romanzo Perfetto, neanche nel caso di maestri di questo o quel genere, ma esistono comunque ottimi romanzi che si differenziano da tanti titoli meno validi. Per quanto riguarda questo romanzo i difetti sono essenzialmente l'eccessiva semplicità della trama e la fine della storia stessa. Cominciando dal primo difetto credo che la trama meritasse di essere più articolata di una mera elencazione di eventi che si presentano agli occhi di chi legge facendo uso, come meccanismo narrativo, del curioso "gong" magico che usano le due donne guerriere. L'altro difetto, ovvero la fine eccessivamente "veloce", poteva forse essere meno rapida anche perchè sembra quasi che ne manchi un pezzo. Non è un difetto soltanto suo. Ad esempio, cambiando totalmente genere, esistono scrittori che terminano i propri libri con quella che sembra a tutti gli effetti una palese amputazione della storia. E' il caso dei libri di di Patricia Cornwell che finiscono con un bel taglio netto. Al contrario, Zuddas è più efficace dell'autrice anglosassone ma credo che proprio il suo ottimo modo di narrare avrebbe beneficiato di qualche accortezza relativamente a questo punto di vista. Per farla breve, i libri di Zuddas sono perfettamente confrontabili con quelli di tanti maestri del genere e dobbiamo anche rilevare che forse, l'inventore di quello noto come Med Fantasy, ossia romanzi fantasy ambientati in contesti a noi più vicini, per certi aspetti potrebbe essere proprio lui. Le qualità della sua narrativa, l'abilità grazie alla quale riesce a descrivere storie valide sia tecnicamente che stilisticamente è davvero buona e non ha nulla da invidiare a mostri sacri come Tolkien o la Le Guin. Peccato solo che uno scrittore così valido si sia ormai dedicato anima e corpo alle traduzioni di romanzi stranieri senza più pubblicare niente di proprio. Peccato davvero, perché lo scrittore italiano è la prova vivente di come avrebbe potuto essere il Fantasy italiano se avesse continuato a scrivere, magari imitato e poi affiancato da scrittori con la sua stessa classe, invece di quel che è poi effettivamente successo, con l'appiattimento del genere che ha praticamente troncato le possibilità di rivaleggiare seriamente con i maestri sia di Fantasy che di SF anglosassoni. E se pensate che questo sia solo un mio pensiero eccovi un estratto da una sua breve intervista, tanto per rendervene conto da soli:


"La situazione attuale del mercato è sempre la stessa, come chiunque scrive romanzi sa benissimo. In Italia, riuscire a farsi pubblicare un romanzo continua a essere molto difficile. Questo, dal punto di vista di chi scrive. Dal punto di vista del lettore, invece, ci sono stati dei grossi cambiamenti, qui da noi. La migliore SF americana non arriva più nelle nostre librerie, e non certo perchè i più importanti autori americani hanno smesso di scrivere. Probabilmente questi autori chiedono diritti sostanziosi. Io ho l'impressione che la gente legga sempre meno, e che gli editori abbiano cominciato a potare come rami secchi le collane di SF, perchè non incassano abbastanza. In quanto alla fantasy, vedo molti editori che la veicolano al lettore integrandola nelle collane di narrativa. Questo si è sempre fatto anche per la SF classica. Probabilmente le case editrici una volta specializzate in SF e Fantasy oggi stanno passando alla narrativa, ma con l'idea di fornire un miscuglio dei vari generi. Vorrei comunque invitare i lettori a guardare con molta comprensione la politica delle case editrici. Secondo me, tenere in vita il libro comincia a essere una specie di missione eroica e disperata che non si sa come andrà a finire."


Trovate il resto dell'intervista in questione qui Peccato davvero, dicevamo, perché scrittori come Gianluigi Zuddas sono la dimostrazione di come non conti affatto, per essere bravi autori, essere nati in Italia o in Nordamerica, ma conti solo la qualità e la capacità di scrivere storie efficaci e molto divertenti. Qualcosa su cui vorrei che molti giovani autori riflettessero affinché si possa finalmente passare da romanzi Fantasy scadenti come la schiera di quelli di oggi a libri di migliore qualità made in Italy non tanto per il gretto buonismo, quanto per la qualità della storia.


Massimo Valentini











lunedì 2 gennaio 2012

Intervista semiseria!






Questo è il primo post del 2012 e, sempre sperando che i Maya abbiano sbagliato alla grande le loro previsioni sulla fine del mondo, inauguriamo con oggi un altro anno di recensioni, consigli e riflessioni scrittorie con voi fan e semplici curiosi di questo world wide web. Come vi avevo anticipato, il duemiladodici si apre con una intervista scherzosa che vedrà il sottoscritto assalito interrogato dalla sua illustre Antonella, intervista che è basata sulle vostre domande, più o meno serie, sulla vita del sottoscritto. Da adesso in poi passo la parola ad Anto e buon pro vi faccia!


“Ciao a tutti i lettori e le lettrici di GdS. Eccoci qui, dopo un Periodo di pausa dedicato all’ingrasso collettivo, sono pronta a torchiare porre le domande per voi al nostro superfighissimo Massimo il Valentini o V.A.L. (Valente Autore Letterario). Dico subito 0che scrivere questa “pseudo” intervista è stata la cosa più complicata che abbia mai fatto (credetemi quest’uomo è un rompino/precisino, certe volte!) ma vi ringrazio per le simpatiche e interessanti domande. La location della chiacchierata è stata in una ridente e amena località tipica delle nostre parti, il Mc Donald's di biiiip (citazione necessaria). Abbiamo scelto questo posto per le sue evidenti proprietà organolettiche anti-grasso, dato che non è bene che il futuro Premio Ig-nobel per la Narrativa diventi grasso come una balena spiaggiata. Dovete sapere che lui adora la linea morbida (la mia) ma detesta quella grassa. Appena lo vedo mi chiedo anche se ci sarà anche stavolta la “ressa nascosta” delle fan di cui abbiamo visto qualche esempio la volta in cui due simpatiche e carine (roarrrrrr!) ragazze si sono fermate proprio davanti a noi, impegnati a consumare la colazione, e fingendo di farsi una foto l’hanno praticamente scattata a LUI! (una parete del suddetto locale è in cristallo!).

Ronald al massimo della forma


Per la serie noi sappiamo che voi sapete che noi sappiamo ma voi ve ne fregate e lo sapete lo stesso! Ma bando alle ciance ed eccomi, dopo il mio consueto allenamento al sacco da boxe (pratico boxe thailandese, attività che mi serve quando ci capita di litigare, non si sa mai. L’ultima volta è finita due a uno per lui, ma non è sempre così, ve lo garantisco ih ih!) Inizio a bombardare di domande il nostro Autore preferito sorseggiando un caffè. Appena mi vede, tutta tirata a lucido con tacco 30 (muahahahaha) capelli “mesciati” (a-ri muahahaha), davanzale in bella mostra (se se…) e mini modello-spiaggia-alle-Bahamas come larga parte delle giornalistoidi locali, ironico e sornione come sempre il Nostro mi chiede: “Ciao Stella, cerchi compagnia?” Con sguardo emblematico e cercando di controllare il mio istinto dovuto ai miei trascorsi Thai, gli dico con voce soave: “Non sono una donna moderna d’altri tempi io!”. Il fighissimo V.A.L. abbozza un sorriso e accetta in KO. Ma iniziamo con le domande:

Anto - Allora simpaticone sciupa femmine dei miei stivaletti, alias Scrittore Super Fighissimo, i suoi fan la osannano per talento, tecnica, stile e sincerità artistica. Per questo le chiedo: qual è la canzone preferita sua e di Leyla?

Scrittore Super Fighissimo – “Parole, rumori e giorni” di Fabrizio Moro. Scelta curiosa, visto che non è la consueta canzone che le coppie battezzano come propria, ma molto sentita per una serie di ragioni.

Anto – E chissà cosa ne penserà di questa risposta il musicista Marcello! Bando alle ciance: Lei è distratto?

Scrittore super fighissimo - Sì, dimentico sempre il numero delle mie fidanzate. Immagino che quando si incontreranno la prossima volta me lo faranno sapere…

Anto – Che fantastico umorista! Glissiamo che è meglio. I suoi fan si chiedono com’è stato il primo incontro con la sua fidanzata.

Scrittore Super fighissimo - Eravamo in una redazione giornalistica dove lavoravamo come collaboratori. Io ho fatto un complimento al suo decolleté e lei mi ha mandato artisticamente a quel paese. Magnetico? Solo se mi attaccano a una batteria da 30.000 volts.


Autoscatto con lo scrittore superfighissimo

Anto - Ma che carino...  passiamo ad argomenti più seri che è meglio. Può parlarci del romanzo “Primus, l’uomo che sognava di vivere”?

Scrittore Super Fighissimo - Desidero parlarne in maniera estesa appena avrò notizie di un’eventuale pubblicazione. Ovviamente non posso pubblicarne stralci. Non è una questione di timidezza, come alcuni hanno chiesto, ma solo un modo per mantenere il testo inedito. Figuratevi che quando ero in trattativa con l’A.Car Edizioni per la possibile pubblicazione, mi fu chiesto di non inviare niente in giro proprio per garantire la massima riservatezza a un lavoro ancora inedito.

Anto – Ma può dirci almeno cosa ha ispirato il suo “Primus”?

Scrittore super fighissimo – “Primus” è stato ispirato in parte da elementi di vita personali e da esperienze di gente che ho conosciuto; inoltre, risponde anche a un mio desiderio di ambientare una storia in un mondo che non fosse solo fantastico, ma per certi aspetti intellettuale. Ennò, non ve lo dico che intendo: aspettate di leggerlo. Gnè, gnè, gnè!

Anto - Perché questo titolo, “Primus, l’uomo che sognava di vivere?”

Scrittore Super fighissimo - Il nome del protagonista fu un caso dovuto alla mia decisione di non usare qualcosa che somigliasse a Massimo, Maximus o Maximilian. Fosti tu mia cara bastard ehm, Anto, a proporre di mantenerlo così anche nella versione definitiva. La tua idea mi piacque e “Primus” restò tale e quale.

Anto - Può sintetizzare ora il suo parere sull'editoria a pagamento e sui print on demand?

Scrittore Super Fighissimo - L’editoria a pagamento (d’ora in poi soltanto EAP) è essenzialmente un servizio tipografico con il logo di una casa editrice. Non è certamente illegale, ci mancherebbe, ma per quanto mi riguarda non pagherei per pubblicare perché avrei timore di essere selezionato per i miei soldi e non per quello che scrivo. Intendiamoci: non demonizzo chi decide di pubblicare a pagamento. Il mio punto di vista è un invito a non farlo perché esistono talmente tante Case Editrici non a pagamento che sarebbe un errore pagare. Chi scrive, a prescindere dal talento (quella è un’altra storia!) impiega tempo e fatica, ma è, e resta, un lavoro. Pubblicare con un EAP sarebbe come pagare qualcuno per poter lavorare… Già qui da noi, in Itaglia, la selezione delle Case Editrici NON EAP a volte lascia a desiderare, basti vedere cosa combinano certe “big” con i soliti debosciati vipparoli e scribacchini vari, immaginate che selezione deve fare chi pretende dal povero aspirante scrittore i soldini per la pubblicazione. Vero è  fare di tutta l’erba un fascio non rende giustizia ad alcuni editori che, pur essendo a pagamento, svolgono un buon lavoro, ma questa è la classica eccezione che conferma la regola. Se aggiungete il fatto che quando si pubblicano i primi libri, soddisfazione a parte, di solito NON si pubblica con Mondadori, per cui è l’Autore che dovrà farsi un mazzo così per divulgare un minimo le sue opere, capirete che uno scrittore esordiente deve fare molte cose per assicurarsi un minimo di visibilità, cose che spesso dovrà fare con le proprie risorse economiche. Per esempio, solo l’invio a varie persone per ottenere una recensione del proprio libro costa tempo e denaro. Poi devi pensare alle presentazioni, a eventuali trasferte, a farti i contatti ecc. Perchè allora pagare ANCHE la stampa? Senza contare che diverse Case Editrici NON a pagamento non accettano testi di gente che ha pubblicato in precedenza facendo uso di EAP. Poi dipende dai generi. Qui da noi i racconti, sulla carta, non godono di vita in carne. Senza dubbio è vero ed è un'altra pecca italica: fuori dai nostri confini il Racconto gode, giustamente, della STESSA considerazione del Romanzo. Ma gran parte della mia Prima Generazione è composta proprio da racconti da me pubblicati NON a pagamento. Basti dire che “Quattro Ombre Azzurre” è forse il mio libro più venduto in assoluto, ma anche “Gabbiani delle Stelle” non scherza, dal momento che la produzione è praticamente esaurita. E considerate che io non sono solito sbattermi a destra e a manca per implorare gli amici e i parenti per far loro acquistare i miei libri: non li comprano? Ok! Li comprano? Va bene, grazie, ma io aspetto le considerazioni di chi non mi conosce o, meglio, di chi mi conosce grazie al passaparola. Queste sono le vere soddisfazioni se sei un signor nessuno e non hai amichetti in alto loco che ti fanno pubblicare con nomi altisonanti. Tra l'altro, e ve lo dico per esperienza, meglio pubblicare con piccole e/o medie Case Editrici appassionate che pubblicare con delle majors...


Editoria a pagamento? No, grazie!

 Inoltre, non sempre il nostro primo racconto o romanzo è anche buono. In questa sede, meglio non considerare le schifezze pubblicate qui da noi e presentate come casi letterari dell’anno, ma consideriamo solo noi stessi: solo noi sappiamo quanto può valere quella storia e scrivere da poco tempo non è mai sinonimo di qualità, talento o non talento. Meglio accantonare quel manoscritto, se nessuno lo ha scelto, e magari scriverne una nuova versione facendo tesoro dei pareri di più gente possibile. Man mano, il nostro stile migliorerà e allora potremmo anche essere scelti da una Casa Editrice che decida di pubblicare il nostro libro. Io cominciai come Nigra e solo molti anni dopo pubblicai “Alfa e Omega”, ma continuo a cercare di imparare nuove regole e nuove forme letterarie. Se proprio non volete aspettare, i POD sono una valida alternativa all’EAP sia perché meno costosa sia perché, con l’aggiunta del l’ISDN, diventano pubblicazioni a tutti gli effetti.

Anto – Cos’è, per Val, uno scrittore? Cosa deve fare e non fare? Cos'è che lo distingue da chi non è artista?

Scrittore super fighissimo - Non so cosa faccia un artista. So cosa faccio io. Se pensi di essere uno scrittore, uno vero, allora hai sempre per la testa il tuo fottuto manoscritto. Non ha importanza se fuori piove e non hai l’ombrello, se hai litigato con la tua fidanzata, se non hai una lira e devi fare la spesa. Pensi sempre ai tuoi personaggi, a quella scena che non riesci a scrivere da una settimana e per la quale, quando ne parli, magari i “normali” ti prendono anche per il culo. Non ti frega di mangiare a mezzanotte perché hai dimenticato di cucinarti la cena, per cercare un nome che non hai mai usato da usare per il tuo protagonista, non ti frega se studi tutto il giorno un dannato vecchio libro di magia nera per descrivere un rito pagano al meglio. Non ti interessa lavarti i denti, degli altri, del tuo cane o della tua mamma: la sola cosa che vuoi e scrivere e finire quel maledettissimo figlio di un cane che chiami il tuo “nuovo romanzo”! Se sei uno scrittore, insomma, pensi a quello che vuoi scrivere e non al resto del mondo. Per il resto, puoi anche essere una persona adorabile e cogliere margheritine ai campi pubblici, ma quando ti siedi davanti al PC esistete solo tu e lui, il manoscritto, ecchisenefrega se fuori è scoppiata la Terza Guerra Mondiale.

Anto - Quante pagine scrive al giorno?

Scrittore super fighissimo - Quando le scrivo, vorrai dire, perché a volte mi capita di non poterlo fare se devo scrivere articoli, recensioni, post su questo blog, corrispondere con amici e colleghi, correggere, ecc. Diciamo che, di solito, scrivo circa quattro pagine al giorno, per le quali il tempo occorrente è di un paio d’ore. Ora, se considerate che in fase di revisione posso anche buttare l’ottanta per cento del manoscritto, avrete un’idea di cosa voglia dire per me scrivere un romanzo.

Anto – Secondo te gli artisti sono insicuri?

Scrittore super fighissimo - A volte sì e spesso mascherano questa insicurezza con atteggiamenti arroganti.

Anto – So bene di che parla! Ci può dare qualche dettaglio e differenza tra i suoi romanzi inediti?

Scrittore super fighissimo - Ciascuno dei miei nuovi romanzi è un capitolo a sé di alcuni determinati fini che avevo elaborato e, pertanto, ogni libro è diverso dall’altro. Per il resto, no comment!

Anto – Very bastard Artist! Almeno dicci quante persone leggono gli inediti.

Scrittore super fighissimo - In genere le ragazze del comitato hanno parziale accesso ai miei inediti così come anche Ivan. Con la seconda generazione nessuna di queste persone ha letto più di un paio di capitoli sia per questioni notarili (come sapete ho affidato questi libri a un notaio per proteggerne l’inediticità) sia per questioni sperimentali. Capita spesso che scriva varie versioni di uno stesso capitolo e far leggere ogni volta queste cose alle persone del comitato equivarrebbe a far loro scattare una certa confusione mentale. Aggiungete il fatto che a volte scrivo veri e propri racconti che uso come “tracce” dei vari capitoli, e che poi distruggo usandone una parte e gettandone il resto. Insomma, un casino! Perché far leggere qualcosa se poi ne ho scritto una versione che considero migliore? Questo è il bello dello sperimentare: niente resta immobile e tutto si trasforma, almeno se vuoi arrivare a uno stile il più possibile efficace. Le girls del comitato sono contente e la loro gioia si esprime con ronde armate di bazooka davanti casa mia.

Anto – A questo punto rubo pari pari la domanda alla prof.ssa Margherita. A parte la figura delicata e forse anche timida di Leyla, esiste anche per te un modello femminile? E cos'è Althaira, veramente?


La mia risposta standard quando mi incazzo


Scrittore super fighissimo - (sbuffa…) Beh, adesso timida! Se la vai a conoscere non è poi tanto timida, visto che rompe le balle con sta’ storia della lotta thai. Scherzi a parte, Leyla risponde alla figura romantica e tradizionale della letteratura classica e il suo archetipo deriva dritta dritta dalle opere che ero solito leggere da zero a 30 anni, parecchio gotiche, devo dire. Althaira, invece, è una versione più evoluta e “stabile”, tendenzialmente positiva e molto intelligente. Il mio modello femminile di riferimento è simile a quello di Dick e cioè una donna bella, pericolosa e che fa della propria intelligenza, e non delle sue tette di plastica, la sua arma di seduzione. Superfluo dire che quando la immagino non penso alla classica velina, ma ad una donna sia cerebralmente che fisicamente più grande e consapevole.

Anto – Quali sono i suoi gusti letterari?

Scrittore super fighissimo: SF, Weird e New Weird di qualità, principalmente. Non disdegno l’Heroic Fantasy alla Zuddas e la Bizzarro Fiction.

Anto – Bizzarro Fiction?

Scrittore super fighissimo: Sì, ovvero quel genere letterario che usa elementi tipici del Fantastico, del Fantasy e, magari, anche della SF ma in forma sopra le righe per cavarne fuori storie coerenti, anche se del tutto sballate se viste coi i canoni della narrativa tradizionale. Uno degli esempi tipici di questo genere è “The Haunted Vagina", di Carlton Merrick III, ma una spruzzata di Bizzarro la vediamo anche in testi di solito considerati prettamente fantascientifici come “Ubik” di P. K. Dick, ma ne esistono tanti. Anche “Primus”, per certi versi, potrebbe essere definito tale, come pure il nuovissimo “Sensum”, al momento in fase di riposo... Ricordo che “Nexius”, che è poi il romanzo che sto scrivendo adesso, è invece un Heroic Fantasy nudo e crudo. Molto nudo e crudo.


Copertina di "The Haunted Vagina"

Anto – Ultima domanda… cosa pensa della sua pazientissima fidanzata?

Scrittore super fighissimo: Che è una gran rompiballe, ma in fondo adorabile. (Mmmm…)


Anto


PS: desidero ringraziare il Nostro “Val” per essersi prestato a questo giochetto, per avermi dato spazio su “Gabbiani” e specialmente per aver corretto e rieditato il testo di questa intervista, anche se oggi avrebbe preferito giocare a Hungry Shark. Un saluto a tutti i fun boy e le fun girls!








giovedì 22 dicembre 2011

Auguri!



Cari fun boys e fun girls il vostro Super Fighissimo Scrittore Preferito (modestissimo!!!) coglie questa occasione festaiola per augurarvi un Buon Natale e Felice Anno Nuovo.
Gabbiani delle Stelle va in vacanza, ma in realtà è solo un modo per approfittare di queste feste per preparare qualche sorpresa targata 2012. Infatti se il mondo non dovesse finire per questa data Gabbiani delle Stelle addirittura si moltiplicherà dando vita vera a Gabbiani dei Misteri, blog dedicato a tutta quella parte della mia divulgazione che riguarda misteri, leggende, esperienze di pre-morte, speculazioni scientifiche e tutto ciò che ha il sapore dell’insolito. Con il vostro sostegno e l’affetto che sono certo mostrerete verso il nuovo nato,  Gabbiani dei Misteri non sarà il fratello povero di Gabbiani delle Stelle. Via via chiariremo i vari punti.



Per quanto riguarda invece questo blog le novità del 2012 saranno principalmente due: la recensione di un libro fantasy di ottimo livello made in Italy e una scherzosa intervista scritta, diretta e composta, da sua Eccellenza Antonella pensata per rispondere alle vostre curiosità sulla nuova produzione romanzesca. Proprio per questo vi invito a porre le vostre domande su argomenti che vorreste conoscere meglio. Sarò ben felice di aprire il nuovo anno con un post dedicato alle vostre curiosità. Ovviamente l’unica eccezione sarà costituita da non poter pubblicare estratti dai nuovi romanzi. Per il resto date libero sfogo alla vostra fantasia.
Vi ricordo che è sempre attiva la casella di posta alla quale poter inviare proposte di recensioni, poesie, pensieri o anche piccoli racconti da voi scritti per una valutazione. Se quest’ultima dovesse essere non proprio favorevole, sarà mia cura non pubblicarla su Gabbiani. Purtroppo non posso rilasciare una scheda di valutazione neanche a pagamento causa mancanza di tempo. Intendete questa come un’occasione di poter eventualmente pubblicare qualcosa di vostro su questo spazio … Pertanto non spaventatevi miei prodi che per colazione non ho mai mangiato i miei lettori!
Auguri a tutti Massimo & Antonella


venerdì 16 dicembre 2011

Quando la perfezione sa di plastica





"C’era una volta una bella ragazza che si chiamava Ombra. Aveva perso entrambi i genitori ma aveva uno spiccato talento per la spada. Nonostante avesse gambe tornite, un florido seno e una fluente chioma rossa, il suo carattere era quello del maschiaccio e non avrebbe ceduto il passo a nulla e a nessuno senza combattere. A volte piangeva, ma quelle lacrime non la indebolivano, anzi! Era bella e coraggiosa e riuscì ad affermare la propria supremazia contro l’armata del Principe delle Tenebre..."


E poi… Ebbasta! Questa è la classica descrizione di un personaggio che, con poche varianti, avrete certamente letto o visto al cinema moltissime volte. Parliamo di uno stereotipo che, nella narrativa, spesso riflette l’alter ego dell’Autore, o dell’Autrice, la cui variante maschile è detta Gary S(t)ue. Le sue caratteristiche fisiche e psicologiche possono essere tante, ma per descriverla è sufficiente una sola parola: Mary Sue è una gnocca pazzesca.


Le Origini:

"A Trekkie's Tale", era un racconto scritto da Paula Smith nel 1973 e pubblicato sul numero 2 della fanzine Managerie. Protagonista della storia era, guarda caso, un luogotenente della flotta stellare dell’universo di Star Trek, serie che, allora come oggi, vantava tantissimi estimatori. Il racconto era una bonaria parodia dei personaggi tipici delle fan fiction, ovvero delle storie scritte da fan di un romanzo o film incentrate sullo stesso personaggio o su personaggi a esso corrispondenti. Spesso i personaggi di una fan fiction sono irrealistici e totalmente fuori dal contesto della normalità. Al’epoca di cui parlo, le Mary Sue di startrekkiana memoria erano adolescenti esteticamente graziose e abili in qualsiasi cosa (la stessa Smith descrive il luogotenente Mary Sue come il più giovane della flotta, neanche sedicenne!) che flirtavano con i personaggi adulti della vera serie, con improbabili storie d’amore. Col tempo, il concetto è uscito dai canoni delle parodie startrekkiane per adattarsi a ogni genere di narrativa o di realizzazione cinematografica, diventando la regina degli stereotipi.


Una possibile Mary Sue


Connotazione:


Per essere una perfetta Mary Sue, la protagonista è spesso una versione idealizzata dell’Autore o dell’Autrice del romanzo. I suoi pregi saranno più importanti dei difetti, sarà abilissima in qualsiasi cosa e nonostante tante difficoltà non soccomberà ma, anzi, farà fuori tutti i nemici, magari all’ultimo momento utile. Si tratta, in pratica, di un personaggio senza una reale caratterizzazione, troppo perfetto per essere vero e che, detta in soldoni, non sta ne in cielo né in terra. Vediamo quali sono le sue caratteristiche generali:


a) Occhi e capelli di colori inesistenti o comunque esageratamente perfetti

b) Poteri magici acquisiti per nascita (predestinazione) o abilità fuori dal comune

c) Carattere ribelle e/o tenebroso

d) Eventuali compagni di viaggio non realistici perchè troppo incapaci se confrontati con lei o inetti 

e) Un passato tragico o comunque tale da attrarre le simpatie di chiunque incontri


Proprio la caratterizzazione piatta del personaggio stride con il successo che riscuote nella storia. Mary Sue è tratteggiata come una ragazza timida e impacciata ma che subito, incredibilmente, riscuote l’ammirazione di tutti. Nei romanzi Fantasy non è difficile riconoscerla: le va tutto bene anche se frigna in continuazione. Non ha mai freddo, anche se il suo solo vestito è uno straccio di pelle sui seni o intorno alla vita. Nonostante sia un’abile guerriera NON la vediamo quasi mai in un combattimento realisticamente descritto, ma in compenso vince sempre. Il suo carattere è fiero ma sensibile (caratteristiche del tutto antitetiche tra loro) e nonostante le già citate abilità guerriere è bellissima, ha capelli fluenti, un viso angelico e occhi magnetici. Una Nihal perfetta, se ci fate caso.


Nihal

Forse la Mary Sue per eccellenza, negli ultimi tempi, è Bella Swan, il cui cognome non a caso significa "cigno": un personaggio che fa della propria timidezza e buffa goffaggine la ragazza perfetta per essere l'eroina della saga di Stephenie Meyer. Nei romanzi d’amore, Mary Sue è la ragazza di umili origini che riesce a sposare il bellone della storia o la sofisticata donna dell’alta società alla quale uomini, gioielli, ville con piscina e roba varia cadono immancabilmente ai suoi piedi. Sull’altro versante, quello maschile, Gary S(t)ue è sempre:

 
a) Bello e tenebroso

b) Coraggioso o, al contrario, un perfetto nerd ma con una fortuna incredibile

c) Sensibile oppure scontroso, ma in fondo tenero

d) E' spesso erede di una fantastica rivelazione, di un patrimonio da re o, se povero in canna, riesce abilmente a diventare economicamente rispettabile.

e) Predestinato e abile guerriero. In battaglia non riceve mai colpi potenzialmente mortali e all'ultimo momento la tal tecnica da guerra gli riesce bene per ogni azione 

f) E' ovviamente al centro delle attenzioni femminili


A parte la già citata Nihal che frigna dalla mattina alla sera e si veste come una mignotta di un club di bondage, troverete sue colleghe praticamente ovunque. Unika, eroina dell’omonima trilogia il cui primo volume abbiamo recensito proprio su queste pagine, ne è forse l’esempio più evidente. Ma di Mary Sue/Gary S(t)ue abbonda il mondo, basti guardare a tantissimi protagonisti di film e romanzi pubblicati nel corso degli anni. Chi non ha mai visto "Kill Bill", di Tarantino? Vi pare possibile che una persona per quanto brava, riesca a fregarsene delle pallottole solo facendo roteare una spada e senza uno straccio di protezione?



Per quanto ci provi, lui non può far nulla contro le pallottole...



Lei, invece...

O che Niu Riivs di "Matrix" in quattro e quattr’otto da predesti-morto diventi predesti-nato e sgomini il cattivo superprogramma senziente Smith? O che il riflessivo e sagace Sherlock Holmes diventi una sorta di supereroe Marvel nell’omonimo, recentissimo film? E gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Mary Sue o, per meglio dire, Gary S(t)ue, sono anche tanti esempi di serial killer che in tantissimi film ollyvvudyany escogitano complessi trucchi per far fuori o comunque fare a pezzi le proprie vittime. Se state pensando all’Enigmista avrete presente il tipo.


Il Marketing:

Anche gli spot pubblicitari hanno le loro Mary Sue. Sempre più spesso, vediamo supergnocche stellari alte, eleganti, con due/tre figli, impeccabili, cucinare piatti deliziosi in meno di cinque minuti, allo stesso tempo restando mogli perfette. Lo stesso vale per gli uomini: se avete presente quell’obbrobbrio chiamato Cento Vetrine, capirete subito di cosa parlo.


Bene. Io sono convintissimo che i miei personaggi della Prima Generazione e quelli della Seconda non siano affatto rispondenti a questi canoni, ma ovviamente da buon essere umano il mio parere non è sempre perfetto. Cerco però di documentarmi al meglio e di non cadere mai nella fossa degli stereotipi. Ma come può uno scrittore alle prime armi fare in modo che il suo/la sua protagonista non risponda a questi canoni? Intanto, cercare di farsi una certa erudizione delle cose che vuole tratteggiare. Avete mai notato come, in molti romanzi fantasy odierni, i viaggi siano sempre molto lunghi ma alla fine semplici da descrivere mentre così non è per i combattimenti? Tanto è vero che solitamente si risolvono in modo raccontato e non mostrato. Si tratta di un indizio evidente che l'autore non si è documentato sulle tattiche militari. Di scarsa documentazione non sono immuni solo certi scribacchini odierni, ma anche diversi Grandi. Per esempio,  nel suo racconto "Il Tempio", Lovecraft descrive un sottomarino tedesco, l'U-29, dotato di oblò per l'osservazione, ma nessun U-boote è mai stato caratterizzato da oblò che in realtà sono pericolosi punti deboli in caso di azione bellica. Neanche il suo romanzo "Le Montagne della Follia" è esente da errori del genere. La storia è ambientata in Antartide, eppure i protagonisti non indossano mai pellicce molto coprenti così come è raro, anche se non impossibile, che un professore universitario sappia pilotare un aereo, soprattutto in condizioni ostili come quelle descritte.  E tuttavia Lovecraft non solo si documentava tantissimo, ma era anche sorprendentemente umile nei confronti delle sue (ottime) storie. La sola via di uscita dal pericolo dello stereotipo è proprio quello della documentazione e dell’esame dei romanzi più validi. Se ci fate caso, il Frodo tolkeniano non è un Gary S(t)ue perché è una persona con i suoi dubbi e relative esitazioni. Sono proprio i suoi difetti a renderlo umano e, quindi, credibile. Anche Conan il cimmero, il rude personaggio inventato da Robert E. Howard, benché agile guerriero e dal corpo “ipervitaminizzato”, nonché evidente alter ego dell’Autore (che era alto e amante dello sport) aveva non pochi difetti. Per quanto mi riguarda, il personaggio di Howard che preferisco è lo spadaccino puritano Solomon Kane, la cui caratterizzazione è allo stesso tempo precisa dal punto di vista storico e affatto portata allo stereotipo. Per esempio non ha mai una liason con nessuna e al contrario del celeberrimo 007, alias James Bond, non è particolarmente attraente, si muove in un contesto storico ben preciso anche se l’Africa howardiana era una versione un tantino esagerata della vera Africa.  


Morale della favola:

Ovviamente è più semplice descrivere personaggi perfetti, sia esteticamente che per varie abilità, ma il farlo non comporta mai un deciso passa avanti se il nostro fine è scrivere narrativa di qualità. E la moda di oggi, che vede spesso adolescenti predestinati o capaci di incredibili qualità, suona stridula. Pensate alla saga dei Transformers... Perchè mai esseri robotici "buoni" di tale potenza e dimensioni dovrebbero fregarsene di ragazzini americani o degli eserciti terrestri, dal momento che dispongono di una potenza di fuoco e interessi in contrasto con quello della nostra specie? Con quanto detto non intendo scatenare una privata caccia agli stereotipi perchè anch'essi, se ben dosati, possono concorrere a fare di una storia una buona storia. Semplicemente, ciò che lo scrittore deve fare è di cercare sempre un punto di vista oggettivo senza ricorrere a iperboliche descrizioni tanto eccessive quanto evidenti. Cosa è meglio? La supermodella della quale senza photoshop risultano evidenti le rughe d'espressione o la ragazza "solo" carina, ma più vera, che possiamo incontrare ogni giorno? Anche un bravo scrittore dovrebbe fare così, vale a dire scrivere un romanzo con il fine di separare sempre la plastica dalla vita vera, la sola in grado di regalare sapore all'esistenza.


Massimo Valentini