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lunedì 21 novembre 2011

"Unika, la fiamma della vita", recensione




Sedici euro per 508 pagine. Dico solo questo e il fatto che le pagine siano di carta e non un PDF, che sia un Fantasy (anzi no un Fentasy  e tra poco vi dirò il perché) che l’autrice sia una sorta di fantasma, che la C.E. sia la De Agostini e bla bla bla non giustifica un prezzo che è da autentico ladrocinio. Perchè sedici euro sarebbero (forse) giustificati per le millemila pagine del classico Tolkien, per la Le Guin, per la Bradley, per Lovecraft (tranne che per l’orrenda edizione economica Mammut firmata Newton Compton, la cui carta è praticamente quella delle merendine che si comprano alla Lidl ) ma non per questo libro. Ecco, la recensione è tutta qui, ma se proprio volete sapere il perché di tale opinione cominciamo con la recensione e tanti saluti. Alla pace mentale, ovvio…

 


Trama:

“La vita tranquilla di tre ragazzi quindicenni viene sconvolta da una serie di fatti misteriosi. L'incontro con un singolare professore di teologia li mette a conoscenza dell'incredibile ragione di quanto sta accadendo: uno di loro è un angelo e non lo sa. Soprattutto, non sa di custodire segretamente nel cuore la Fiamma della Vita, una delle due entità fondamentali che consentono di governare l'universo. Ma quale dei tre ragazzi è l'angelo? Qual è la sua storia? Perché porta la Fiamma nel cuore? Mentre si rendono conto che quella che si è scatenata intorno a loro è una vera e propria caccia, vengono rapiti da due strane creature che li conducono in un mondo a parte quello di Sefira, la valle dove vivono gli angeli.”


Recensione:

Se siete di fretta vi dico subito cosa penso della trilogia di “Unika”: fa schifo. Ma schifo davvero e non scherzo. I libri, la storia, i personaggi, persino il nome dell’autrice, sempre che sia uomo, donna o qualsiasi altra cosa. Sul sito dell'autrice/ore si legge infatti la seguente fuffosa dichiarazione:


“E.J. Allibis non ha fissa dimora e vive di emozioni senza tempo tra gli orizzonti del mondo. La Fiamma della Vita, il primo atto della saga di UNIKA, è la sua opera di esordio.”

 

Si capisce lontano un miglio che è un fake. Nessuno di umano, e che abbia il cervello in ordine e non lobotomizzato dal Grande Fratello e vari Shitshow dello stesso (sub) livello, potrebbe mai credere a un Autore così fantasmatico. “Vive di emozioni” è il massimo della sciatteria e sono pronto a fare un patto con voi: se la De Agostini dovesse presentare un foto di tale Genio del Nulla Glitteroso che non sia una foto creata con Paint, vi offro caffè e brioche a tutti. Eeeh, vero che siete pochini, un centinaio, ma provate a farvi due conti. Sono uno scrittore emergente, io, cioè morto di fame, mica Follett! Uno scrittore/scrittrice che vive come uno zingaro e si nutre di emozioni fa tanto “Edward come ti lovvo perché vivo di emozioni tra gli orizzonti del mondo!” Una frase che è pura fuffa condita di nulla. E io che pensavo che solo libri come “Amore 14” fossero degni della furia ecologista degli Amici degli Alberi. Al confronto di Allibis, Melissa P è Virginia Woolf e persino Moccia acquista un’aura migliore, magari senza quel ridicolo cappellino da nerd in testa. E se non fosse abbastanza lassativa la pseudo vita di chi ha scritto tale robaccia, ecco il titolo, “Unika”, solito inno all’essere “diversamente normale” che il mercato editoriale in generale e quello italico in particolare propinano ai poveri sprovveduti che acquistano porcherie di tal fatta. Notare la “k” che fa tanto finto-glamour perché sì, perkè io sn Unika e tu nn vali un caxxo se nn 6 cm me! Allibis non può essere anglosassone. Nonostante le porcate della Meyer e di tanti scribacchini d’accatto a stelle e strisce, ciò che cola da queste pagine non è Sesso, BSDM e Droga Fentasy come quello de “La spada della Verità”, è Buonismo Zuccheroso Italico modello Pacco Pacchia. Ma insomma, chi diavolo (sic!) sarebbe Unika? Soltanto il numero due degli angeli più potenti dell’universo. Il numero uno è un tizio il cui nome è stato copiato dai Transformers degli anni ’80, il cartone, non i filmetti di Bay, che si chiama Metraton. Gli ingredienti per fare un cinepanettone catechista cartaceo da quattro soldi, commerciale al 100%, esistono tutti. Per protagonisti ragazzini come tanti ma ciascuno uniko. Ovviamente minorenni, perché un eroe di ventisei anni, magari, sarebbe taaaaanto vecchio e non piace ai ggiovani scelti come target per tale arma di distruzione neuronica. Ovviamente si fanno i cavoletti loro ma scoprono di avere grandi poteri e bla, bla, bla. Stereotipi Fentasy come se piovesse. E non è acqua, ragazzi, non è acqua. E logicamente scoprono che hanno tra le mani il destino del mondo! Qualcuno spieghi ai geni delle varie Case Editrici che il Mondo non potrebbe essere MAI salvato da ragazzini: manca l’esperienza per acquisire le necessarie conoscenze e lasciamo perdere la stronzata del fatto che si tratta di un Fantasy: visto che oggi si scopiazza a tutto spiano, che almeno si scopiazzi bene. Frodo, Gandalf, Carter, Conan, Kane, Goccia di Fiamma e tanti altri erano personaggi plausibili ed erano Fantasy. Le scemenze di tanti superscrittoroni odierni sono trash fentasy. Punto. A sedici anni puoi fare un sacco di cose: divertirti, pensare alle ragazze se sei maschietto, ai ragazzi se sei femminuccia, scoprire il tuo corpo, viaggiare, sognare, farsi una canna ogni tanto (orrore: Unika ti incenerirebbe!) leggere, andare al cinema, studiare e tanto altro. MA NON PUOI SALVARE IL MONDO. SE LO PENSI DAVVERO HAI SERIE MANCANZE MENTALI. Avere sedici anni non significa essere deficienti, ma molto giovani. Come tali si ha diritto a scoprire il mondo e a farsi le proprie idee sugli eventi. E allora perchè case discografiche, cinematografiche ed editrici li trattano come deficienti propinando loro certe porcate? Questa trilogia presenta il Nulla, non quello di Fantàsia de “La Storia Infinita”, che sarebbe migliore!, ma proprio il Nulla. Il nulla cerebrale per delineare personaggi che sono stereotipi ambulanti e aiutare i dentisti kattivi propinando zucchero e miele a tonnellate. Il tutto condito con insulti all’intelligenza degli angeli di raro primato. E a quella dei lettori, ovviamente. Le prime 60 pagine del romanzo sono gettate a casaccio solo per descrivere quanto sia bella, bona, sexy, dolce, perfetta e gnokka la protagonista. Un tripudio di doppi aggettivi per nascondere la totale assenza di uno stile almeno discreto. Leggete questi esempi:


“Dai loro occhi filtrano strali di paura che cristallizzano il gelido silenzio sceso nella stanza.”

“Indugia per qualche secondo, respirando l’emozione profonda di quell’istante carico di sentimento.”

“ai muri non aveva appeso i poster tipici dei ragazzi della sua età: nessuna rockstar, nessuna attrice, nessun campione sportivo, nessuna foto di gruppo. Solo tre stampe grandi, vivaci, spettacolari…”

“Riaprì gli occhi e si nutrì dei colori del maestoso scenario che si palesava di fronte a lei. La prima luce ha sempre qualche cosa di magico e l’effetto sembrava ancora più incantato a Sefira, la valle dove vivono gli angeli.”

“Unika adorava camminare. Le dava un senso di quiete e di contatto con il mondo che non provava quando volava o trasvolava. Si concedeva lunghe passeggiate e solo se aveva bisogno di vedere le cose dall’alto e nella loro interezza spiccava il volo, staccandosi da terra e prendendo quota nell’aria. In quei momenti saliva in cielo lasciandosi andare alla sensazione di leggerezza del corpo, per liberare lo spirito e osservare la vita da una prospettiva più ampia.”


Praticamente sembra di leggere un qualsiasi libro di Moccia in salsa fentasy dei noialtri. Per il resto si vede la ricerca di una poesia che NON esiste e soprattutto esaltazione fino al parossismo delle caratteristiche fisiche di questi perfettissimi angeli che riescono a essere antipatici fin dalle prime pagine:

“ 'Buongiorno, Metatron. Mi sto riempiendo l’anima con questa magnifica alba, prima di venire da te.' Unika inclinò la testa all’indietro e sprigionò un sospiro lungo e profondo, ricco del benessere che i suoi sensi avevano assorbito.”


Qualcuno mi spieghi cosa diavolo voglia dire questa frase. Niente. Nessuno parlerebbe così tranne forse una velina alle prove di Miss Itaglia. Il personaggio creato da Allibis è in pratica una perfetta Mary Sue (leggete qui per capire di cosa parlo). Un concentrato di specialissime qualità shakerate e zuccherate fino alla nausea per seguire la regola generale tanto cara a una certa corrente del Fentasy all’italiana, quella che recita “perché è un Fentasy ok? Gnè, gnè, gnè!”


E ancora:

“Conosceva Metatron da quando era nata, 13.411 anni prima. Lui l’aveva cresciuta e le aveva insegnato a capire la potenza della sua mente e le doti più profonde della sua anima, portandola a essere l’angelo speciale che ora tutti amavano e riconoscevano come leader naturale di Sefira: una creatura dotata di una straordinaria combinazione di intelligenza, forza e altruismo.”

Unika che mostra radiosa i propri sentimenti soavi

E già questo è un insulto all’intelligenza, angelica o umana che sia. Hai 13.411 anni e parli come una cretinoide alla Paris Hilton? Il tuo cervello è forse formato da un solo neurone che suona l’arpa? Anche la descrizione fisica sembra simile:


“I capelli lisci e biondissimi fluttuavano leggeri alle sue spalle, facendo risaltare i lineamenti dolci e armoniosi del volto…”

…Gli occhi magnetici, da cui fluiva il fuoco della sua personalità, fissavano l’orizzonte. La concentrazione le arrossava le guance, mentre la gioia per la vita e il sentimento di fiducia nell’avvenire che accendevano costantemente le sue labbra sfumavano in un’espressione contratta. Unika volava decisa ed elegante, solcando l’aria che sembrava aprirsi per farla passare. Nel suo corpo sinuoso ed energico si fondevano la sensuale autorevolezza della regina e la vitalità della guerriera….”

Unika pronta a combattere: fa paura, eh?

Ma anche no! E ancora:


“…Le iridi dell’angelo biondo scintillavano di un colore indaco opalescente e cangiante. A seconda della luce che filtravano erano più azzurre o più lilla e si dissolvevano nella corona dorata che circondava la pupilla ellittica. Yesod adorava quegli occhi. L’indaco era l’essenza del mistero e della perfezione. A volte non lo si distingue dal blu, altre lo si confonde con il viola, ma è blu e viola insieme, nella sintesi di tutte le tinte dell’arcobaleno. Un colore speciale che ha la forza di due colori. E Unika era così: intensa, determinata, energica, coraggiosa, vitale e nobile come le sfumature del blu; e dolce, seducente, enigmatica, sensibile, emotiva e profonda come le gradazioni del viola.”



Sembra di leggere il diario di Hello Kitty. Sul serio. D’accordo, le bambine di sei anni sono adorabili e credono alle favolette di questo tipo. Anch’io amavo molto Cappuccetto Rosso e odiavo il lupo Kattivo. Anche a me piacevano Cenerentola, l’amore delle tre melarance, la sirenetta mi ha fatto versare fiumi di lacrime, la piccola fiammiferaia mi ha fatto pregare per lei… Ma poi ho festeggiato il mio ottavo compleanno, cacchio. Gli occhi viola-non viola in tecnicolor sono da antologia: antologia dell’imbecillità. Più che un angelo Unika è un’idiota con le ali. E no, il Paradiso non ci fa una bella figura. Mi sa che le diavolesse sono più sexy e meno rompiballe di questa.


Una diavolessa: è molto più gnokka e intelligente di Unika

Dico sul serio: mai letto nulla di così sfacciatamente puerile, falso, NON verosimile per eccellenza in vita mia. E sì che pensavo che la Strazzulla fosse la numero uno in questo: mi ero sbagliato! Dove, dove sono l’arte del mostrare, l’uso ponderato degli aggettivi, i dialoghi brillanti ma realistici, le descrizioni potenti dei combattimenti? Dalla prima all’ultima pagina “Unika” è un minestrone zuccheroso con una protagonista che non sa di nulla, perfetto stereotipo di quelle ragazzine tutte moda & belletti che pensano di avere il mondo ai propri piedi solo perché vanno in giro con l’eyeliner di marca, la mini di D & G e i tacchi modello Gru 2011. Davvero, vorrei sapere chi sono stati gli editor, se pure hanno usato qualche ora del loro preziosissimo tempo, che hanno guardato e rivisto il testo. A prescindere dal fatto che un testo del genere sarebbe degno di essere pubblicato solo da certe case editrici a pagamento visto l’assoluta assenza di un protagonista degno di questo nome, uno stile meno ampolloso e una trama di carattere. Ecco come è descritto uno degli eroi supersbrilluccicosi di questo romanzo, Zack. Un tizio che sarebbe:



“…quello giusto, brillante, vincente in tutte le situazioni. La Natura l’aveva dotato di una prestanza fisica fuori dal comune che lo poneva sempre al centro dell’attenzione. Dovunque si trovasse, percepiva l’interesse di chi gli stava intorno, mentre gli sguardi si posavano come farfalle sul suo corpo: le sentiva sul volto, sulle spalle, sul petto. E quel peso leggero si trasformava rapido in un brivido che lo disponeva all’azione, un segnale che faceva scattare il suo grande talento: la capacità di dire la cosa giusta al momento giusto.”


Zack il brillante

Praticamente sta dicendo che a 15 anni Zack sarebbe bello come un dio, palestrato come Swartzy e fuori come un balcone, visto che vede le farfalle. E i miominipony? Quelli non li vede? No, lui è specializzato in farfallologia teoretica:



“Si alzò dalla panchina senza togliere le mani dalle tasche e rimase fermo per un lunghissimo attimo… Eccole, le farfalle. Le vedeva, le sentiva. Camminava lentamente e le sue iridi profonde guizzavano sicure da una faccia all’altra, dispensando una varietà impressionante di occhiate…”


E vediamo i dialoghi, ragazzi:


“Ciao, Zack.”
“Ciao, Jo, come ti va?” I due si batterono il pugno destro.
“No, Zack, non l’ho visto, ma so che c’è. Tutto è cominciato la mattina in cui ho avuto l’impressione che qualcosa in me e nella mia camera fosse fuori posto.”
“La sera successiva ho cosparso di farina il pavimento della stanza” continuò Jo, incurante della battuta di Zack. “All’alba, quando mi sono alzato, non ho trovato nessuna impronta, ma la farina era dappertutto… come se qualcuno ci avesse soffiato sopra.» Il ragazzo fece una breve pausa, corrugando le labbra. “La sera dopo l’ho rifatto e ho chiuso la porta con due giri di chiave. Al mattino la situazione era esattamente la stessa: farina ovunque.”
“Ieri ho messo la farina anche fuori dalla porta, in corridoio.”
“Uh?”
“Sì, l’ho sparsa sul pavimento in camera e fuori.”
“Perché?”
“Per provare a capire e… non ho capito. Stamattina la farina dentro la stanza era smossa, mentre quella fuori era intatta. Niente e nessuno si è avvicinato alla mia camera dal corridoio.”


Colombo, Maigret, Miss Marple, Dick Tracy e CSI a questi tizi gli fanno un baffo! Come se fosse normale che un tizio si svegli una mattina con la curiosa sensazione che c’è qualcosa che non va e che la propria stanza sia un tantino “strana”. Nella vita reale, di solito, chi prova queste sensazioni ricorda con occhio vacuo la serata precedente in discoteca a tentarci con le ballerine del locale, i Tequila Bum Bum scolati, la vista annebbiata e, voglio sperare, il dire all’amico meno fatto di rum e pera di guidare al posto suo e poi, tornato a casa, trascorrere la notte sul water a vomitare e scaricare l’intestino. A quelli come Zack, quando accadono certe sensazioni, è perché un angelo ha fatto capolino nella loro vita. Siamo praticamente tornati ai tempi di Kiss me Licia. “Unika” si distingue anche per altre capocciate fentasy di prima qualità. Per esempio è un vero e proprio minestrone alla “non si getta via nulla” et voilà, ecco centinaia di razze assortite per tutti i gusti:


“A Sefira tutti nascevano con sembianze umane ma, nel corso della loro esistenza, imparavano a utilizzare il potere della Metamorfosi e si dotavano dell’aspetto che preferivano. C’erano angeli che assomigliavano a uomini, altri che decidevano di vivere come animali. Ma ce n’erano anche con la fisionomia di Fate, Gnomi ed Elfi. Ognuno era libero di scegliere chi essere, come manifestarsi e per quanto tempo mantenere quella foggia. Alcuni selezionavano la propria immagine per la vita, altri cambiavano apparenza di continuo. Gli angeli più esperti erano addirittura in grado di inventarsi, disegnando la propria figura in linea con il più profondo sentire e rivelandosi come creature fantastiche, singolari e mai viste.”


Le varie razze di Sefira: non sono carine?

E tanto per non dimenticare nessuno ecco anche il drago...


“Yesod aveva deciso di essere il più valoroso dei Draghi. Il suo corpo, massiccio e muscoloso, era guidato da una mente vivace e saggia, illuminata da uno sterminato senso di responsabilità e giustizia. Aveva gli occhi e le ali di un’aquila reale, per vedere lontano e per volare in alto, dove nessuno sarebbe mai riuscito ad arrivare.”


Sembra la tagline di Buzz Lightyear: “Verso l’infinito e oltre”! E che dire del villain del romanzo, Ophidiel? Un tizio che il Bono e Bravixximo Metatron avrebbe scaraventato in una foresta, peraltro vicinissima alla città di Sefira, il cui potere principale è quello di trarre energia proprio dall’ambiente, dalle foreste, dai mari, dagli alberi. Come dire: scaglio il mio nemico che trae energia dalle acque sull’Atlantico. Non sia mai, poverino, che dovesse farne a meno? Ma dico io, sei l’angelo numero uno al mondo, er mejo der mejo dell’universo, sei saggio come nessuno (tranne Dio) e sei talmente deficiente che per liberarti del tuo acerrimo rivale lo scagli proprio dove sono più elevate le possibilità che rigeneri i propri poteri? Anche questa porc romanzo, però, si concede un attimo di sexy/pudica/vedo-non-vedo palpatina sessuale. Di carattere zoofilo… Infatti il drago trova la sbrilluccicosa e stupida protagonista moooolto sexy:


“Yesod era felice di stare con Unika. Era la creatura più bella e speciale che avesse mai incontrato. Il suo aspetto armonioso, elegante e sensuale lo lasciava sempre senza fiato.”


Vai a scoprire che dopo gli elfi gay della Strazzulla adesso il Fentasy d’accatto propinerà ai poveri incauti anche l’accoppiamento tra angeli e draghi? E io, meschino, che pensavo che il sesso degli angeli fosse come fantasticare sulla ragionevole onestà di un qualsiasi politico nostrano: vana speranza. Devo uscire più spesso, a quanto pare. Arrivati a questo punto vi dico la pura e semplice verità. Sono riuscito a leggere questo romanzo fino alla fine, rileggerlo con occhi aperti e il profondo del mio essere svuotato dallo stupore. Mai avrei creduto all’esistenza di qualcuno che potesse osare tanto. Adesso so che il limite all’imbecillità narrativa umana è davvero cosa vecchia: superato da tempo, anzi da 13.411 anni per essere precisi. Ultima perla da lobotomizzati, vi giuro che è l’ultima:


“Gli occhi, accarezzati dall’aria, cominciarono a lacrimare, mentre i capelli sciolti svolazzavano morbidi e vaporosi. Era una sensazione di libertà e naturalezza che non provava da anni. Si sentiva sospesa nel vuoto, in assenza completa di resistenza gravitazionale. Strinse le gambe intorno a Yesod e aprì le braccia, come una bambina che sogna di volare.”


E qui lo ridico. Avrai anche 13.411 anni, sarai il secondo angelo per potenza, il primo per bellezza, ma sei anche il primo per bimbomikiaggine! Pensavo che gli angeli fossero sì buoni ma anche saggi. Il che significa intelligenti. Molto intelligenti. E questa scema che fa? Allarga le braccine bellixxime, spalanka gli occhioni bellixximi, mostra la sua pelle biankixxima e ride come una deficiente come Kate a cavallo del suo Di Caprio/Yesod? Comincio a pensare che la Meyer, alla fine, abbia scritto merd storielle mediocri ma almeno leggibili. Almeno i film sono girati benino e la regista ha fatto un discreto lavoro. Ma di "Unika" cosa dovrei pensare? Un attimo, però. Ricordate quando ho detto che persino Moccia, senza il suo cappellino dono-della-mamma-ma-senza-l’elica, scrive meglio della Allibis? Adesso comincio a pensare un’altra cosa. Vista che la deficienza tipica dei protagonisti dei romanzi del Sommo, la sbrilluccicosa e inesistente realtà delle sue storie e il mondo dipinto come uno stecco di zucchero filato sembrano praticamente identiche ai loro simili di "Unika" comincio a pensare che Allibis potrebbe essere Moccia o almeno una sua parente, che so, una sorella. Potrebbe anche essere che "Unika" è in realtà stato partorito da un computer programmato a zucchero e carta velina. E non so quale sarebbe la scelta preferibile: se chi distrugge l'arte perchè è solo un aggeggio meccanico e quindi a-cosciente o chi la distrugge perchè pretende che uno scritto da Elementari sia un Romanzo vero.

 


Massimo Valentini









sabato 12 novembre 2011

Narrativa Fantastica: vediamoci chiaro



Salve, ragazzi. Oggi parleremo di cosa significhi scrivere, di come capire la differenza tra i vari generi letterari, della narrativa di genere e della literary fiction. Il termine quasi alchemico Narrativa di Genere è usato da molti, spesso a sproposito, per descrivere un calderone di manoscritti tra i più diversi tra loro. Solitamente la si confonde con la literary fiction, un tipo di narrativa che esercita su chi legge il mero piacere di leggere, al di là del significato della storia stessa. Per questo genere di narrativa ciò che è importante è la forma, lo stile, anche a scapito della trama stessa, e quindi potrà capitare di leggere una storia senza né capo né coda ma che, se scritta in modo perfetto, sarà sufficiente a persuadere chi legge ad aver fatto un buon acquisto. Al contrario, con Narrativa di Genere designiamo un modo di scrivere che bada non solo a raccontare storie ma anche a come scriverle. La forma, il vestito per così dire, non è più importante della modella che lo indossa, deve sempre tendere allo scopo. “Scrivere bene” in narrativa di genere significa adottare uno stile che non abbia fronzoli estetici ma che sia delineato dall’Estetica nuda e cruda. Dobbiamo considerare che quando parliamo di narrativa sappiamo che il più delle volte le storie che presentiamo NON esistono, le stiamo inventando. Letteralmente. Questo non significa che debbano essere poco verosimili a prescindere dal genere della nostra storia, sia essa Fantasy, Fantascienza o una comune love story, ma dobbiamo rispettare il lettore. Per il lettore, in pratica, la nostra storia dovrà essere credibile, ossia attivare quella che si chiama “sospensione dell’incredulità”, ovvero la sensazione di poter credere che una nave stellare possa realmente solcare l’infinito dello spazio-tempo a velocità superiori a quella della luce, o che draghi, elfi, fate e altri esseri leggendari esistano davvero, almeno fino a quando leggerà quel romanzo. Adesso fate molta attenzione perché la differenza tra literary fiction e narrativa di genere è sottile quanto quella che differenzia un capolavoro da una sua copia fatta a regola d’arte. Come si fa a capire che un romanzo è di genere? Molto semplice: se uno legge il vostro libro ed esclama “Wow! Che bel romanzo!” NON E’ di genere perché appare chiaro che chi legge ha capito che gli elfi di cui parlate sono esseri di fantasia e non sono potenzialmente realistici. Ha solo letto un libro come un altro! La narrativa di genere, invece, è vera e propria realtà virtuale su carta. Ecco la differenza tra un vero romanzo efficace e uno scritto solo con la tecnica, magari perfetta, ma NON artistica. Lo scrittore che è anche un artista, di solito (non sempre) è capace di scardinare chi legge dal mondo reale per gettarlo in pasto al mondo da lui inventato grazie alla perfezione narrativa esercitata allo stesso tempo dal suo talento e dalla sua tecnica. Di conseguenza il fine della narrativa di genere non è suscitare piacere ma di coinvolgere il lettore come se la storia fosse vera.

Un bel romanzo è come una bella donna: conta più del vestito

Quando ho dato elementi di “Primus, l’uomo che sognava di vivere” in mano ad alcune ragazze del comitato ho pregato con tutta l’anima che non lo leggessero accomodate sulla poltrona preferita, con il bicchiere di aranciata in mano e l’espressione beata sulle labbra, ma che fossero state tese, attratte dalla trama, nauseate da certe descrizioni, sedotte da altre, persuase a proseguire a leggere perché dovevano, non perché volevano! Non posso svelarvi la trama in questa sede ma vi dirò che se avessi scritto di una Terra dominata da una razza di alieni sanguinari la reazione delle persone non dovrebbe essere rilassata, ma provare ribrezzo, paura, o altre sensazioni. Un libro di genere è un romanzo che fa vivere al lettore le stesse emozioni dei protagonisti della storia e non catalizza la sua attenzione solo sullo stile o sulle belle parole. Stile e belle parole, insomma, sono secondarie: ciò che conta è la sensazione di condivisione. Diversamente quel romanzo non sarà di genere ma di literary fiction e quindi non sarebbe un buon romanzo.


Narrativa fantastica

La narrativa di genere è molto vasta e capita che gli editori confondano le acque pubblicando opere weird spacciandole per  fantasy per ragioni di mercato, marketing (oggi il fantasy va di moda, ricordate?) o semplice… ignoranza! Vediamo di fare un po’ di chiarezza. Se ambiento una storia di omicidi su un pianeta alieno quel racconto o romanzo sarà un giallo con un’ambientazione SF, ma sarà sempre e comunque un giallo. Certo, uno scrittore può scrivere quel che gli pare, ma dev’essere onesto con il lettore: se ha scritto una commedia romantica così deve presentarla, non come un libro di fantascienza solo perché il libro è ambientato nel 2194. Spesso molti confondono anche i sottogeneri con i generi principali. Ad esempio lo “Steampunk” è un sottogenere della SF classica e identifica una storia dove la tecnologia, di solito, è fondata sul vapore. Ciò significa che robot, astronavi, treni, automobili funzionano grazie a ingranaggi azionati da questa forma di energia e non da altre. Ciò vale anche per la cinematografia. Esempi di film steampunk è ad esempio, “Wild, Wild West” con Will Smith. “Cyberpunk” è anch’esso un sottogenere della SF, ma identifica una storia il cui ingrediente più importante è la tecnologia virtuale o cibernetica. “Johnny Mnemonic”, con Keanu Reeves, ne è un tipico esponente. Come dicevo prima Fantastico e Fantasy sono spesso mescolati arbitrariamente, specie qui da noi (sic!). Il mio ex Editore affermava che Fantasy sarebbe la versione anglosassone di Fantastico quando invece Fantasy identifica qualsiasi romanzo dove la tecnologia è quella tipica del Medio Evo (archi, frecce, spade, ecc) e la “fauna” composta da quegli esseri mitologici dello stesso periodo storico (e quindi unicorni, draghi, elfi, trolls, streghe ). Il fantastico puro, invece, è caratterizzato dall’elemento Weird che dev’essere surreale e quindi non logico se rapportato alla trama stessa. Proprio il Fantastico (e per altri motivi la Fantascienza) è un genere quanto mai cosmopolita perché può davvero contaminare generi molto lontani tra loro. Nel complesso, la narrativa fantastica di qualità è quella narrativa di genere che racconta storie caratterizzate da uno o più dettagli fantastici. Da "La donna del falco" a "La Guerra dei Mondi", da "Ubik" a "L’esorcista", da "2001 Odissea nello spazio" a "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" Fantasy, fantascienza e horror sono tutti generi che fanno parte del Fantastico. Per usare un processo di classificazione più schematico potremmo dire che un libro di fantascienza è un romanzo che presenta elementi spiegabili grazie alla tecnologia, quello fantasy presenta elementi che non possono essere spiegati in maniera scientifica mentre il genere horror descrive eventi e ambientazioni usati allo scopo di spaventare il lettore, indipendentemente da come possano essere spiegati. "Colui che sussurrava nelle tenebre", un racconto di H.P.L. che vede il protagonista incontrare esseri fungoidi provenienti da un oscuro pianeta del sistema Solare, usa elementi di fantascienza tipici (alieni, trasferimenti cerebrali, viaggi nello spazio) ma il contesto generale, l’ambientazione è squisitamente spaventosa. Parliamo allora di un racconto horror. Una storia d’amore tra due ragazzi ambientata ai giorni nostri non è di per sé fantasy, neanche se entrambi a un certo punto della storia incontrano una città abitata da elfi. Questo perché l’elemento fantastico non è determinante a meno che la storia stessa non si svolga tra le strade della città elfica. L’elemento fantastico deve allora essere determinante. Queste sono le regole generali, ovviamente presentate in modo schematico, ma non si discutono. Quando possiamo dire che un romanzo è anche un brutto libro? Beh, in definitiva non è tale se infrange questa o quella regola, ma quando non corrisponde alle regole tipiche dell’Estetica, disciplina di cui abbiamo già parlato.


Scrivere solo quello che si conosce

Oggi sono di moda il Fantasy e l’Urban Fantasy di solito associati a vampiri, demoni e mostriciattoli vari, specie qui da noi. E nel caso del Fantasy sono cavoli amari perché esso non consente a uno scrittore di toccare con mano un vero Elfo per capire la differenza con una persona normale. A differenza della SF dove, pur non esistendo cyborg alla Terminator può però contare su studi più o meno accurati per raggiungere il proprio fine, il Fantasy rischia di far capitolare il lettore esperto facendolo incavolare come una bestia per aver speso 18 euro per un libraccio. Lo scrittore, allora, deve convincere chi legge che gli elfi esistono. Come fare? Calando gli Elfi in un mondo palpabile, tanto che il lettore lo possa accettare come Realtà. È allora necessario che l’autore sappia di cosa sta parlando. Per un Fantasy di solito si parte da un contesto medievale da cui trarre notizie, tecniche di guerra, tattiche militari, organizzazione sociale; tutti elementi che gli serviranno per costruire quel mondo fittizio che servirà a sua volta da sfondo per la storia vera e propria. Ecco perché la solita scusa italiota che recita “Ma è solo un Fantasy!” non vuol dire un’emerita cippa: la verosimiglianza è sempre fondamentale se poi vogliamo spacciare il nostro libro per un capolavoro e non per la solita serie di porcate (Troisi, Strazzulla, i romanzi sui pirati di Evangelisti, ecc).

Per creare Solomon Kane, Howard studiò Storia, Geografia e leggende  

Il segreto è come sempre la documentazione. Vorrei ricordare qui tre esempi. Tolkien, per scrivere "Il Signore degli Anelli", studiò per anni le varie mitologie nordiche al fine di usarne anche i nomi per identificare gli abitanti dei suoi mondi di carta. Lo stesso lavoro era tipico di un altro grande, stavolta della SF, come fu il caso di "Cadetti dello Spazio" di Robert Heinlein che lavorò per giorni alla soluzione di un’equazione importante per determinare la rotta di un’astronave, e questo per una sola frase del romanzo. Finendo con l’horror, cosa dire di Lovecraft, il quale, per "Le Montagne della Follia" ambientato in Antartide, studiò con attenzione progetti, organizzazione, scoperte delle più importanti spedizioni scientifiche che avessero studiato quella terra desolata? Ecco perché scrivere un vero romanzo è qualcosa di complesso per cui non basta rifare il verso ai soliti noti, ma serve talento, studio, dedizione, tempo e capacità. Parliamoci chiaro: è anche una questione di rispetto verso il lettore che non deve pentirsi di aver speso 18 euro per un libro, ma d’altra parte nessuno, tranne certi editor italiani dalla faccia di bronzo, ha mai detto che scrivere a un certo livello sia facile e alla portata di tutti. Non è un mestiere semplice quello dello scrittore.


Cosa gettare via?

Quando vogliamo scrivere una storia con questi criteri, la prima cosa da fare è economizzare per la semplice ragione che tutto ciò che allontana il lettore dalla storia non ha ragione di esistere. Parole, scene, personaggi e ogni altro elemento devono essere presenti solo se servono, non perché sono “aulici” o bellissimi. È questa la ragione di fondo per la quale si raccomanda l’uso parsimonioso di aggettivi e avverbi: il più delle volte sono inutili; ricordate che stiamo parlando di Narrativa di Genere non di Literay fiction e quindi frasi tipo. “Cadde violentemente!” sono degne di un principiante o, nel caso di uno Scrittore molto noto, di un imbecille della parola scritta (e della relativa ignoranza del suo editor, è ovvio). Cadere, grazie alla gravità, non è certamente una bella esperienza, specie se si cade da qualche metro di altezza, vi pare? Allora a che serve quel “violentemente!”? Provate a leggere un romanzaccio italico a caso e vedrete quanti avverbi troverete.


Scrivere con uno stile semplice

Se raccontate una storia il lettore deve capire quel che narrate e quindi dovrete essere semplici ma attenzione: la semplicità fa parte del come, non della storia che dal canto suo non ha nessuna necessità di essere semplice. Da qui nasce la difficoltà perché può essere necessario affrontare argomenti complessi, ma non dev’essere una scusa per rendere complesso anche lo stile. Tra una prosa raffinata ma per pochi e un insegnante bravissimo che spiega ricorrendo a paroloni non c’è alcuna differenza: il Sapere dev’essere accessibile da tutti coloro che si rivolgono a esso. La narrativa di genere è popolare e lo scrittore di genere è felice che le sue storie siano apprezzabili sia dal professore sia dal bambino di dieci anni. Tra l’altro, detto tra noi, è facile scrivere raffinato, lo è di meno scrivere semplice.


Per "Nexius" ho studiato anche esseri preistorici

So di essere stato schematico, ma il mio intento con questo post era di presentarvi le regole principali dello scrivere bene, non di fare un manuale. Questo post serve in pratica per mostrarvi alcuni dei principi base che sto seguendo al momento per quanto riguarda la mia Seconda Generazione e per far capire che scrivere un romanzo o un racconto di qualità servono attenzione, talento, esperienza e precisione perché quella storia sia efficace, ovvero coinvolga chi la legge al punto giusto da non fargli rimpiangere di aver acquistato il nostro libro. Io scrivo per sublimare me stesso e il mio essere, ma ciò non significa che le regole debbano essere gettare ai pesci né che debba riconoscere come opere letterarie certe porcate presentate come il capolavoro del momento. I veri capolavori non sono i libri del momento: sono per sempre, concetto in antitesi con i vari casi letterari odierni. Quando leggete una mia recensione sappiate che non è oro colato, ma una presentazione ponderata di un tizio che sulla parola scritta sputa sangue, sudore, follia e (spero) talento e competenza. Di conseguenza pretende, perché lo pretende da se stesso, che ciò che recensisce sia un libro valido, bello, efficace a prescindere da quante copie abbia venduto, di come sia ganza la copertina, gnocca la protagonista, se abbia vinto lo “Strega”, il “Campiello”, se la storia sia amorale o buonista, grondi sangue o faccia leggere le nuove generazioni che ne dicono un gran bene. La Rete abbonda di siti che recensiscono questo o quel carciofo-lavoro del momento. Hanno motivo di esistere? Certamente. Qui, però, piccolo blog o sito della Madonna che sia, si parla cercando di fare chiarezza tra libri validi e quelli da spiaggia, tra quelli carini e le storielle trash che sempre più spesso sono pubblicate. La qualità è il solo motivo dell’esistenza di “Gabbiani delle Stelle”. Capire e far capire a chi mi segue se i libri di cui parliamo sono degni di essere chiamati opere letterarie o sono pubblicati solo per far cassa. Parlo di questo a chi vuole ascoltare, fan o semplice visitatore con un cervello per pensare e la passione per i bei libri, quelli che si scrivono anche oggi, quelli validi ed efficaci. Tutti gli altri possono tranquillamente andare altrove.


Massimo Valentini



















lunedì 7 novembre 2011

I miei nuovi romanzi








Amici e amiche, oggi desidero informarvi di alcune novità e, perché no? anche indiscrezioni sulla mia attuale produzione letteraria. Come sapete in questi mesi, oltre alla stesura del Saggio sono stato impegnato con quella del terzo romanzo della mia nuova generazione il cui titolo provvisorio è “Sensum”. Si tratta di un romanzo complesso che parte da “Primus” ma che, in realtà, evidenzia una differenza significativa sia dell’ambientazione che dei protagonisti. All’inizio ero ingenuamente persuaso che potessi scriverlo in un anno e mezzo anche considerando l’intrinseca complessità della storia stessa, ma ciò non ha fatto i conti con le diverse evoluzioni della trama. In effetti, credo proprio che potrebbe essere l'ultimo della serie dei quattro libri. Questa Seconda Generazione è davvero complessa perchè tutti e quattro i libri sono/saranno diversissimi tra loro sia come stile che come genere. Se “Primus, l’uomo che sognava di vivere” (al momento in valutazione) potrebbe essere etichettato come New Weird distopico (ma con alcuni elementi tipici della Bizzarro Fiction) “Sensum” presenta caratteristiche Noir, SF; Fantasy, Weird contemporaneamente sia come ambientazione che come storia.  Quasi quasi ricordo con affetto i tempi in cui scrivevo solo racconti.


La Seconda Generazione:

Lasciate che vi rinfreschi la memoria sui quattro romanzi:

1... "I Segugi di Newton" (SF Soft, 383 p naked, 450/500 una volta pubblicato, finito e inedito. Al momento MAI PROPOSTO) 

2... "Primus, l'uomo che sognava di vivere" ( New Weird/Distopico/Bizzarro Fiction, 283 p naked, 350 una volta pubblicato, inedito, in corso di valutazione.)

3... "Sensum" ( Genere: ?, Al momento studio di atmosfera, pag 121, inedito)

4... "Nexius" (Genere Heroic Fantasy/SF, nuovo)

“Sensum”

La stesura di questo romanzo è arrivata fino a pagina 121. A dire la verità ha beneficiato di due stesure di cui una preliminare e la seconda indicativa dell’aspetto definitivo. Sono state necessarie molte ricerche e un complesso lavoro di catalogazione per affinare una trama che presentasse un certo grado di innovazione. L’idea centrale è filosofica (come già quella di "Primus") ma è stata affrontata a vari livelli perché le possibili interpretazione di questo testo sono davvero tante. Nonostante la sua notevole complessità il romanzo doveva presentare un’estrema scorrevolezza; A livello tecnico credo di esserci riuscito. A livello empatico, e con questo intendo il grado di soddisfazione di un ipotetico lettore, vedremo, anche perché niente di questo libro è mai arrivato agli occhi di nessuna ragazza del comitato, come poi è mia abitudine per i libri in itinere. Ho deciso di terminare il capitolo sesto e lasciare aperto il romanzo per non rischiare di rendere un cattivo servizio alla trama che si è rivelata delicata. Al momento è uno studio di atmosfera, un testo altamente sperimentale e per ragioni molto valide. Da un lato desidero che sia ancora più efficace di "Primus", dall'altro la trama è talmente avanzata da richiedere uno stile decisamente nuovo. Serve quindi un altro lavoro che possa far evolvere dolcemente il mio stile con una trama più semplice a livello di concetto. E considerato che la dolce Althaira è una musa capricciosa, ho deciso di fare come vuole lei.

Il vero Heroic Fantasy

Nexius

“Nexius” è il titolo del famoso romanzo “Quattro” di cui finora sono esistite poche pagine scritte a mano. Come già vi dissi diversi millenni fa, sarà il mio primo Heroic Fantasy degno di questo nome se escludiamo quella gothic novel che è “Il Cigno”, ma caratterizzato da un fine più ambizioso; fare da laboratorio creativo per lo stile di "Sensum" e allo stesso tempo essere un romanzo indipendente. Pertanto non dovrà essere noioso, astruso, e autobiografico ma efficace come una lama affilata. Attenzione: non sarà il solito Heroic Fantasy alla Tolkien, ma qualcosa di nuovo con soluzioni, storia, personaggi e stile assai diversi da quelli scadenti di oggi. Quindi niente elfi, streghe, druidi, ninfe, sirene, arpie, lamie, fatine, draghi, cavalieri e soavi principesse. Per delineare al meglio gli esseri che serviranno da “fauna” ho dovuto ricorrere alla CGI mentre per il protagonista ho fatto molta attenzione a caratterizzarlo in modo credibile (Heroic Fantasy o meno, un romanzo deve fare della credibilità la sua arma principale, altrimenti il principio della sospensione dell'incredulità va a farsi benedire...) Quello che mi serviva è un protagonista che potrebbe davvero esistere nella realtà: fantasy non significa favoletta per bambini, mai! Lo stile è potente, rapido ed efficace. Per far questo, il mostrare è preferito al raccontare. “Nexius” sarà dunque un romanzo con personaggi credibili che si trovano a vivere in un mondo che per diversi aspetti ricorda quelli della Le Guin e di Robert E. Howard ma facente comunque parte del presente. Per far questo ho passato al setaccio e fatto a pezzi (letteralmente) qualcosa come 149 romanzi di qualità. Di questi solo uno era italiano: "Stella di Gondwana", di Gianluigi Zuddas. Questo lavoraccio è costato circa sei mesi (spesso di notte...) Se vuoi scrivere qualcosa di veramente valido, se vuoi provarci seriamente, leggere tutto quello che ti capita a tiro senza badare alla qualità è una perdita di tempo: devi leggere il meglio. Solo in questo modo potrai capire se le tue idee funzionano e se sono innovative. Se ti accorgi che altri hanno già scritto di certe cose sei in tempo a scrivere in modo diverso. La storia deve sempre essere innovativa e non una copia di mille altri racconti. Il materiale finora esistente è stato da me trasferito dalla carta (i miei appunti preliminari sono sempre su carta) al pc e rivisto. Gli esseri principali, Shapo e Felini, sono stati studiati con programmi di animazione al computer per stabilirne sistema muscolare e capacità. "Nexius" presenta una spada come arma principale del protagonista, è vero, ma non è la tipica spada magica di Luce o di Tenebra che sia. E neanche quella Laser alla Star Wars. Si tratta di un'arma elegante, da usare seguendo un codice di combattimento che ho delineato con attenzione. Niente dev'essere lasciato al caso: ecco il bello di un romanzo del genere. 

Eroi gnokki per un Fantasy sono da scartare. Niente favole, prego!


 Codici di Combattimento

Tutti i personaggi di “Nexius” sono stati tratteggiati con precisione. Ciascuno di essi presenta il proprio carattere, il proprio modo di esprimersi, la propria anima. Ho studiato la teoria delle arti marziali coreane e cinesi raffrontandole con la caratteristica filosofia tibetana. Queste nozioni le ho usate come base per evolvere una tecnica fondata sia sulla meditazione che sul combattimento, necessaria per usare al meglio la bellissima arma del protagonista. E' stato inoltre necessario stilare schizzi preparatori a mano libera di armi e posizioni di assalto e difesa. Questo sarà il libro della Rabbia, dell’Odio, della Guerra, della Tristezza e della Vendetta. Qui il politically correct non esiste ma è stato sostituito dal sangue, dalla carne e dalle emozioni realistiche.

 
Fanciulle indifese e abili guerriere? No, ragazzi, noi vogliamo Fantasy, mica Collodi!


Un romanzo che non è fine a se stesso

La prima stesura ufficiale è iniziata in questi giorni. Al momento le prime pagine sono 14 e vi assicuro che sono molto efficaci. Se le cose andranno come spero è possibile che potrei scrivere, almeno in certi periodi, sia questo che “Sensum” contemporaneamente. Ricordate che questo nuovo libro servirà da modello per quelle soluzioni valide per delineare l’altro, ma questo non vuol dire che sarà un testo di transizione: sarà invece un romanzo reale. Non posso dirvi altro, per ora, ma come al solito vi aggiornerò man mano che sarà necessario. Col prossimo post ho intenzione di delineare alcune semplici regole e risultati che ho seguito per scrivere questi libri. Spero in tal modo di farvi capire cosa si intenda con i vari generi di narrativa (che con questi romanzi sto cercando di aggirare…) e quali caratteristiche sono realmente efficaci perché una storia valga la composizione e, non ultimo, il prezzo di vendita. Perché uno scrittore deve sempre cercare di scrivere al meglio per soddisfare sia se stesso sia chi decide di acquistare il suo romanzo. Una questione di fiducia e soddisfazione...



Massimo Valentini



sabato 29 ottobre 2011

Il caso editoriale



Bentornati! Oggi parleremo dei casi editoriali, quelle evanescenti etichette che spesso sono caratteristiche di vari libri del momento e che appaiono sinonimo di qualità letteraria più di ogni altra cosa. Tra le vostre recenti osservazioni alcuni di voi mi hanno chiesto cosa ne penso di queste cose, se i vari "casi" sono realistici avanzando anche qualche titolo e qualche nome. No, ragazzi, non posso pubblicare i titoli che mi avete accennato per ovvie ragioni, posso però darvi qualche indizio e, con la scusa, illustrarvi anche il mio pensiero. Raramente un caso editoriale è sinonimo di qualità di un libro. Più spesso di quanto si creda è vero il contrario. Abbiamo già visto che il best seller identifica un libro a vastissima diffusione ma se questo sia o meno di qualità è tutta un’altra faccenda. Best Seller e Caso Editoriale, però, sono definizioni che vanno a braccetto ed è bene illustrare cosa si intenda con  tali definizioni. Un tempo un qualsiasi romanzo di successo di Verne poteva essere visto come il libro-rivelazione ma oggi più che un vero Libro il best seller, o caso editoriale, è un bene di consumo come le arance cresciute con pesticidi e i polli allevati ad antibiotici. E qui si apre la solita  discussione su cosa sia grande narrativa e cosa un semplice bene di consumo. Qual è la linea di confine? Inutile chiedere a chi si nutre solo di best seller e poco altro e neanche chiedere ai critici. Molta parte della cosiddetta “fascia alta intellettuale”, almeno qui da noi, sembra preoccupata più dalla propria immagine pubblica che dal valore della vera narrativa.

Il coniglietto Ciuffolo ama solo i bei romanzi, non certo i libri da spiaggia!

Di certo sappiamo che proprio perché beni di consumo, i best seller sono progettati a tavolino da esperti di marketing, anche se sulla base di una buona idea di un autore. La fase successiva è il lavoro di tanti ghost writers e infine, quando il prodotto è pronto, ne viene fatta un’asta planetaria per la vendita dei diritti. Essendo uno scrittore e non uno specialista del marketing, non conosco tutti i casi del genere ma ne conosco comunque alcuni, che però sono letteralmente sotto gli occhi di tutti, e che NON vi rivelerò. Si tratta di libri scritti da sconosciuti gost writers ma con il nome dell’Autore di grido, che magari fa anche il figo in tv vantandosi che il proprio libro ha venduto tot milioni di copie…. Pur sapendo che il libro che porta il suo nome è stato scritto da un altro o quanto meno la sua versione era assolutamente deprecabile, necessitando quindi di una vera e propria ricomposizione. Ad ogni modo, dato che il progetto, sotto il profilo marketing è ben fatto ecco che il costo dei diritti sale a cifre a sei zeri. Ed ecco perché quando si parla di libri arci noti non conta la qualità oggettiva. Primo perché sono prodotti di consumo progettati a tavolino, non importa se di autori esordienti o meno, secondo perché il più delle volte neanche li hanno scritti loro. Dal punto di vista dell’azienda, quando si spendono cifre da capogiro per i diritti si deve fare una sola cosa: vendere centinaia di migliaia di copie, altrimenti si fallisce. Come si vende? Recensendolo in tv in prima serata o comunque su trasmissioni specializzate in propaganda libraria, facendolo recensire sui principali quotidiani etc. etc. Si tratta di una “normale” campagna di vendita come il marketing sul farmaco per le rughe pubblicizzato da spot dove si vedono spesso eccitanti (e inesistenti) sexy dottoresse che reclamizzano quella marca di prodotto, quell’assorbente, quel dentifricio, quella schiuma da barba: no difference. Va detto anche che l’alto costo delle recensioni televisive è un potente strumento per diffondere il finto verbo della pseudo narrativa nelle case, perché se un personaggio di grido partecipa a una trasmissione tv chiede gli eurozzi, ma se il responsabile presenta il suo libro ci va gratis. Il risultato di questo andazzo è che di risorse economiche e spazio sulle librerie per altri Autori, che magari tentano di scrivere bene, non ce n’è più. E guardate che fatti i debiti raffronti, anche i titoli di tantissime major hanno i giorni contati (generalmente non più di sei mesi se il libro cessa di vendere). Per quanto mi riguarda io sono uno scrittore poco noto perché la mia casa Editrice è piccolina e fa quel che può per la diffusione dei miei e dei libri di altri Autori, eppure son fortunato lo stesso: ho pubblicato cinque libri di cui ben quattro sono antologie di racconti. Di norma, in Italia, i racconti non hanno mercato (altra cosa becera e per la quale la Repubblica delle Banane è sola soletta a livello mondiale). Non solo: non ho mai pagato per pubblicare e posso anche rifiutare i contratti che considero svantaggiosi come ho fatto di recente rischiando così che il testo resti inedito a vita. (tranquilli, al momento “Primus” è in valutazione altrove!) Ma quanti ce ne sono là fuori che non sono neppure pubblicati per colpa della non-narrativa e di un sistema ipocrita quale quello moderno? Conosciamo tutti il teorema economico che recita come la cattiva moneta scaccia quella buona, ma questo vale anche per l’arte narrativa, cinematografica, ecc. La non-narrativa, la non-cinematografia scaccia quella buona e il gusto del pubblico si adegua al livello più basso perché manca delle competenze tecniche, artistiche, stilistiche per distinguere la qualità dal trash. La sola cosa che possiamo fare è di non comprare mai, a prescindere, quel libro presentato in tv in una trasmissione specializzata sui libri, a costo di sbagliare, ma scegliere i nostri libri seguendo maggiormente Case Editrici di medio/piccolo livello (per diminuire i rischi di trovare libri scadenti) o titoli di Autori classici o già da tempo osannati dalla Critica internazionale piuttosto che da certa pseudo critica nostrana. Solo in questo modo potremo difendere la nostra libertà di pensiero da una società che troppi definiscono no global quando invece ha globalizzato anche i cervelli. Un esempio pratico. Tanto per restare in tema di alcuni vostri commenti, il libretto di finte memorie erotiche della ragazzina zoccola potrei anche trovarlo divertente se è scritto bene. Ma un romanzo che pretenda di essere filosofico, caratterizzato da concetti intelligenti, se è scritto con i piedi o palesemente plagiato da altri e più meritevoli Autori è da disprezzare.



Un caso editoriale non è sempre nuovo come appare...


E non importa se è anche un best seller: sempre trash è. Anzi è anche più disgustosa perché è una vera e propria truffa verso il lettore. Pretende cioè di spacciare riflessioni valide quando invece è solo un’accozzaglia di luoghi comuni, magari divulgato ad hoc da certa stampa compiacente che non fa altro che distribuire comunicati stampa presentati come recensioni. Ma se uno scrittore è anche un vero romanziere allora il suo stile è reso efficace da almeno 2000 anni di retorica. Se scrive porcate è un imbecille e come tale dimenticabile. Per capire questo concetto non serve essere critici d’alta scuola, ma essere amanti dei libri, tanti, tanti, tanti libri di qualità. Se invece leggerà le solite puttanate che vanno di moda e poco altro non avrà gli strumenti per capire né la narrativa degli ultimi secoli né il concetto di libertà di espressione che consente ai più grandi di scrivere “Un giorno di Ordinaria follia” dove sesso e perversioni abbondano, o “Labirinto di Morte” dove praticamente esiste un’ode all’uso di LSD, o “Solaris” dove lo Scrittore Vero, una razza rara e non certo comune come sbandierata da questo o quello scranno di sedicenti letterati, discute con se stesso e il suo pubblico di cosa è l’essere umano. Questa è la vera Arte capace di essere autentica e sana al di là di mode, discussioncelle televisive moralistiche e libretti vincitori di premi discussi a tavolino. Perché il vero romanzo, la vera arte scritta, è opera di pochi che scrivono per molti. E proprio l’Arte è la sola espressione creativa umana che vanta un candore innato anche se parla di merda, sangue e paranoie viste come metafore della vita.


Massimo Valentini



venerdì 7 ottobre 2011

"1984", recensione




Oggi, amici miei, voglio parlarvi di un classico della Fantascienza negativista utopica di tutti i tempi che non solo ha anticipato i tempi ma preserva intatta la propria potenza espressiva a distanza di 60 anni dalla sua pubblicazione. “Nineteen Eighty-Four”, meglio noto come “1984”, scritta nel 1948 da quel folle visionario che era George Orwell e pubblicato l’anno successivo. Un romanzo che già allora poteva tranquillamente essere definito beffardo, cinico e provocatorio quanto bastava per instillare nella mente del lettore la sottile consapevolezza che l’idea centrale non fosse affatto proiettata nel futuro alla luce del fatto che il titolo del romanzo deriva dalla traslitterazione numerica dell’anno effettivo di composizione, 1948, grazie all’inversione delle ultime due cifre. Come sapete gli autentici scrittori di Fantascienza sono visionari disincantati della società a loro contemporanea e spesso hanno anticipato i tempi. Verne, per esempio, fu il primo a inventare il concetto di una nave subacquea dall’autonomia pressoché illimitata precorrendo quello del sottomarino a propulsione nucleare.  Con il suo romanzo “Cyborg”, Caidin ha inventato invece il concetto di organismo cibernetico ben prima dei vari James Cameron, mentre Asimov ha scritto le famose Leggi della Robotica (tre più una, la quasi mai discussa “legge zero”). Dal canto suo Orwell ha inventato il Grande Fratello. “1984” è un’opera che funzionava e funziona come uno specchio dell’animo umano reo di lasciarsi sedurre dalla velenosa dolcezza del potere che non risparmia nessuno, vittima o carnefice, obnubilandone la mente e rendendolo una marionetta.  


Trama:

Il futuro preconizzato da questo libro vede un mondo diviso in tre zone, Oceania, Eurasia ed Estasia, che usano la guerra per controllare in modo assolutistico la società. Londra, capitale dell’Oceania, è fondata sul socialismo inglese (socing) e governata da partito del Grande Fratello, un uomo che nessuno ha mai visto e che usa la propria influenza per controllare la mente dei cittadini. (I tratti del misterioso dittatore, non a caso, richiamano quelli di Stalin e Hitler).



Il Grande Fratello

60 anni prima dell’invenzione dei vari reality show, Orwell inventò telecamere di controllo sparse ovunque e manifesti di propaganda che recitano lo slogan del Grande Fratello del romanzo: “la guerra è pace”, “l’ignoranza è un bene”, “la libertà è essere schiavi”. Il protagonista è Winston Smith, un colletto bianco del partito il cui solo lavoro è la falsificazione della Storia in modo tale da rendere veritiere le previsioni fatte dal partito stesso e di conseguenza fomentare la fiducia della gente verso l’infallibilità del Grande Fratello. Winston è innamorato di Julia e amico di O’Brien, un funzionario di alto livello. L'amore che nutre verso Julia è in contrasto con la legge che prevede l’uso del sesso solo a fini di riproduzione; proprio questa è la molla che convincerà i due a contattare un’organizzazione segreta, la “Confraternita”, cosa che farà scattare O’Brien che svela il suo vero ruolo di funzionario della psicopolizia governata dal Minamor (il Ministero dell’Amore, la cui funzione è seviziare i dissidenti). O’Brien decide così di insegnare al suo ex amico la tecnica del Bipensiero attraverso le tre fasi dell’apprendimento, della comprensione e dell’accettazione. La prima fase è far sperimentare alla vittima un dolore crescente in modo che il condannato accetti una realtà che non considera giusta. Winston riesce a tollerare questa prova,ma è nella seconda che ha la rivelazione: egli è “l’ultimo uomo in Europa”, cioè l’ultimo guardiano dello spirito umano. La terza fase è incentrata sulla materializzazione dell’incubo peggiore di ogni povero disgraziato che varchi la soglia della “Stanza 101” e farà capitolareil protagonista che griderà di fare anche a Julia ciò che è stato fatto a lui.



George Orwell
Questa è l’apoteosi del romanzo e tratteggia il protagonista, un essere umano, non l’eroe tutto muscoli un po’ patetico di certa narrativa da quattro soldi, che perde la propria umanità perchè sconfitto dal Sistema. Lo scopo del libro è evidente: insegnare al lettore che una società controllata da un Grande Fratello non vuole solo possedere il corpo della gente ma, simile alla più bieca forma di prostituzione intellettuale possibile, desidera possederne lo spirito. Messaggio che diverrà più evidente quando si scoprirà che la stessa Confraternita è solo un’esca fondato ad hoc dalla Psicopolizia per individuare potenziali dissidenti. Sconfitto, Winston rinuncia all’amore per Julia e al libero pensiero, ormai pronto a consegnarsi nelle mani del boia perché persuaso di essere solo una povera e patetica pecora nera.


Recensione

Non è mia intenzione sciorinare pregi e difetti di un’opera che considero una delle massime pietre miliari della Fantascienza di tutti i tempi. Certo, neanche “1984” è un romanzo tecnicamente perfetto (vedi la caratterizzazione a tratti un tantino sbiadita di O’Brien che non sempre è precisa, o alcune scene troppo frettolose) ma questo non vuol dire che la sua qualità è scadente. Qui, più che la tecnica conta il messaggio e Orwell sa bene cosa dire e lo fa con un’espressione assolutamente perfetta. Questo romanzo vede la figura assolutistica del partito come l’assenza di qualsiasi libertà di tutti gli individui, anche dei carcerieri che non possono disobbedire se non vogliono subire le stesse conseguenze dei cittadini comuni. Non esiste una violenza apparente, non esiste una vera e propria guerra civile o in corso. La guerra del Tiranno è più sottile, dolcificata dal veleno della carezza mediatica e i suoi strumenti sono solo uno: il lavaggio del cervello. Ricordate le frasi che nel romanzo campeggiano sui manifesti del Grande Fratello?


1)    “la guerra è pace”
2)   “l’ignoranza è un bene”
3)   “la libertà è essere schiavi”


Esaminiamole una per una. “La guerra è pace” è un messaggio che solo in apparenza riguarda la guerra vista come necessaria non per biechi tentativi di predominio imperialista, ma per migliorare il potere stesso. La guerra è usata per i propri comodi e questo vale per chiunque non rispetti i più fondamentali dei diritti umani, per chi quei diritti li usa come specchio per le allodole o per chi li usa, con tanto di finte lacrimucce di circostanza, per accontentare le proprie esigenze mediatiche. “L’ignoranza è un bene”. Questa è un’idea che anche Ray Bradbury, grazie a quel capolavoro che è "F 451”, ha denunciato in tempi non sospetti, gli anni ’50. L’ignoranza vista come negazione della possibilità/diritto di ciascuno di confermare o porre in discussione le idee di chi comanda e quindi la negazione del pensiero libero del cittadino che anche in “F 451” era negato grazie all’appropriato uso dei mezzi mediatici programmati per diffondere non il sapere, e quindi la possibilità di pensare, essere d’accordo o dissentire, ma il Trash. Perché persuadere la gente dell’utilità del Sapere? Meglio mostrare solo cose frivole che non fanno pensare, cose stupide che fanno assopire, cose morbose che solleticano il voyeur che fa parte di ciascuno di noi. Perché non dargli una bella caramella solleticando i suoi istinti primari, vale a dire sesso e violenza, in modo tale da programmarne la debole mente per fare pensare che tutto sommato vive nel migliore dei mondi possibili? “La libertà è essere schiavi”: schiavi di desideri fasulli sussurrati dai media con, beffa tra le beffe, anche l’avvertenza che si tratta solo di messaggi pubblicitari. Schiavi del Sistema che toglie ogni libertà e che dal pubblico, paradossalmente, è ringraziato per questo. Ma ciò che davvero spaventa di questo romanzo è la Folla.



"1984", un fotogramma del film
Milioni di individui omologati, globalizzati, che non accettano di pensare davvero perché troppo faticoso, istigati a comando a scatenare le proprie angosce esistenziali sul capro nero del momento. E non c’è ribellione perché ciò che importa è sapere cosa ha fatto la tua squadra del cuore, cosa ha rubato il tuo vicino, come puoi rubare tu stesso fregando l’antipatico collega di lavoro. E così si perdono quelle capacità elementari, Sapere, Coscienza, Rispetto Reciproco, che sono poi gli elementi basilari di qualsiasi società che si possa definire civile. Attenzione, però. Con il termine “Sapere” non identifico solo le grandi scoperte dell’umanità ma quei concetti più ovvi, cui spesso non facciamo caso, quali lo stesso uso della lingua. Cosa ne pensate dell’uso della “k” per comunicare? E della perdita del congiuntivo in televisione? La relazione tra linguaggio e capacità critica è importantissima per costruire una propria identità di pensiero. E’ arduo rendere leggibile un trattato politico perché questo, prima che un romanzo, è “1984”. Un trattato con la forma soltanto di un romanzo, ma che in realtà è un vero manifesto di quel curioso sentimento che prova chi si ritrova a vivere in un mondo falso e ipocrita, stillante miele velenoso che annebbia i sensi, inganna il cuore e distrugge l’anima. Orwell ci dice di stare attenti non solo a chi diamo la nostra fiducia in cambio di belle parole, ma anche dei nostri vicini, dei nostri amici (vedi la figura di O’Brien) perché tutti possono essere corrotti dal Sistema. Questo è il mondo tratteggiato da  “1984”: un mondo dove non esiste nessuna opposizione credibile e quindi nessuno cui dare la nostra fiducia. Un mondo che calpesta i diritti dell’uomo e li plasma per fare pillole da far inghiottire agli individui con le buone o con le cattive, sussurrandogli che sono le pillole dei sogni belli mentre in realtà sono le pillole dei loro incubi più terrificanti.


Massimo Valentini 



lunedì 3 ottobre 2011

"La spada della verità", recensione serie televisiva



Salve ragazzi! Vi sono molto grato delle vostre dimostrazioni di affetto nei miei confronti relative alla scelta di rifiutare un contratto di pubblicazione per cause "tecniche" e della mia conseguente decisione di attendere proposte di pubblicazione per "Primus" più in linea con i miei desiderata. Sono molto contento della vostra amicizia ed è superfluo dire che non vi deluderò! Vi assicuro, quindi, che non mancherò di riferirvi nuove sul romanzo stesso...

Cambiando argomento, per questo post vi presento la recensione di un mio caro amico, Ivan Croce, anche lui scrittore emergente. Tempo fa mi descrisse un telefilm Fantasy di discreto successo tratto dalla saga Legend of the Sekeer di Terry Goodkind. Ho giudicato deliziosa quella recensione e ho pensato di proporla anche a voi. Non dimenticate di dire la vostra, ovviamente... Ma adesso bando alle ciance ed ecco a voi:


La spada della verità

"Buongiorno a tutti i lettori di Gabbiani delle Stelle e un super grazie a Massimo Valentini per ospitare questa mia recensione; sono onorato dello spazio che più volte mi è stato concesso su questo sito. Vorrei ciarlare un po’ del telefilm La Spada della Verità (titolo originale Legend of the Seeker) trasmesso in estate su Raidue e tratto dall’omonima saga dello scrittore statunitense Terry Goodkind. Le ricette destinate per i poco sofisticati palati di una vasta platea necessitano di ingredienti ultraclassici, ed ecco servito il tipico mondo immaginario diviso in zone in cui si pratica molta magia ed altre in cui se ne pratica poca, una pacifica nazione all’ovest e un crudele impero con manie di conquista ubicato a est (se questo vi ricorda la Terra di Mezzo tolkieniana è senza dubbio un puro caso); abbiamo poi il tipico Ragazzo Predestinato, in questo caso tale Richard Cypher (nome originalissimo) interpretato dall’attore australiano Craig Horner, belloccio di turno che non esita a esibirsi spesso a torso nudo per la gioia delle fanciulle, ma dotato anche di discreta abilità recitativa.

copertina de La spada della verità
Richard di mestiere fa la guida forestale e ignaro del destino che lo attende trascorre le sue pacifiche giornate nei boschi attorno al paesello natìo, tra una battuta dei sentieri e una conta delle cacche di cervo, finché un bel giorno, in virtù di accadimenti vari come ovviamente violenza e colpi di scena, scopre di essere nientemeno che il Cercatore, ovvero colui che ha diritto a possedere la celeberrima Spada della Verità. È, questa, una spada che mostra sempre la verità a colui che la impugna, e si tratta in effetti di un discreto artificio narrativo da parte di Goodkind, anche se non è certo una novità e personalmente credo che l’idea di base sia sfruttata assai meglio nella trilogia Queste Oscure Materie di Philip Pullman, dove Lyra, la ragazzina protagonista, usa uno strumento chiamato “aletiometro”, che se letto nel giusto modo rivela sempre informazioni veritiere. La spada però, bisogna ammetterlo, ha il grande vantaggio di poter essere usata, all’occorrenza, anche nel modo tradizionale, ossia per affettare i nemici, che nella fattispecie si manifestano come le armate del perfido imperatore Darken Rahl. Ma niente paura, perché il buon Richard viene aiutato da Zed (diminutivo di Zeddicus Zu’l Zorander, mica bruscolini) il più classico dei maghi solitari ed eclettici, interpretato dall’attore Bruce Spence, e soprattutto dalla bella Kahlan Amnell, che attenzione, è una Depositaria, ovvero una donna dotata del seguente potere: se ti tocca anche solo una volta usando il suo charme, tu sarai in suo potere ed eseguirai ciecamente ogni suo ordine (lo so, i lettori maschietti penseranno: e dov’è la magia? Me lo ha fatto anche la mia compagna!). Ovviamente tra Richard e Kahlan sboccia un romantico amore, ma, ahimè, i due non possono consolidare la loro unione perché, proprio come Edward e Bella di Twilight, non possono avere rapporti sessuali sennò a Kahlan, durante il rapimento dell’amplesso, sfugge di mano il suo potere e rincoglionisce totalmente il malcapitato Richard. Mi domando come sarebbe il genere Fantasy se tutti gli autori ragionassero così; immaginate il già sfigato Harry Potter, che con un’eventuale fidanzatina potrebbe solo giocarci a Quidditch, sennò a letto gli scappa un incantesimo e trasforma la partner in un orango; e pensiamo al povero Superman: sarebbe condannato a una vita di superpippe giacché, con la sua forza, come minimo spaccherebbe in due la sventurata Lois Lane... Mah. È un espediente nella creazione di un plot che francamente non capisco. Ma torniamo al telefilm, e consideriamo le differenze rispetto al romanzo da cui è tratto; la versione per lo schermo è infatti fortemente edulcorata in confronto al libro, che l’autore ha provveduto a farcire ben bene con scene di ragguardevole crudezza e vera e propria perversione. Ho letto solo il primo della decina di romanzi che compongono la sega saga, di Goodkind, ma così su due piedi mi torna in mente una delle scene del libro, che vede la povera Kahlan cadere preda di alcuni scagnozzi di Darken Rahl, contro i quali non può usare il suo potere di


Kahlan
Depositaria in quanto l’imperatore stesso ha provvisto i guerrieri di un contro-incantesimo: naturalmente il capo dei cattivoni non spreca l’occasione di tentare di stuprarla e i vari palpeggiamenti vengono descritti con grande dovizia di dettagli. Ma Kahlan non è mica scema, e con un geniale trucco psicologico tenta di fuorviare l’aggressore sfidandolo a sodomizzarla invece di stuprarla, per fargli rammentare le violenze che il tizio subiva da ragazzino (tiè). Tranquilli comunque, la virtù della nostra eroina alfine si salva (e per fortuna il geniale trucco non le riesce), perché proprio in quel momento le tornano miracolosamente i poteri (un po’ come Rocky quando lo credi spompato e invece zac si riprende) e toccando il nemico lo ha alla sua mercè. Allora la dolce Kahlan gli ordina di stare fermo e di calarsi le braghe, dopodiché con un coltello lo evira e lo costringe a ingoiare il risultato dell’improvvisata operazione chirurgica. E questo non è ancora il peggio, perché il lettore di Goodkind ha modo di fare la conoscenza delle Mord-Sith (Tolkien si rivolterà nella tomba per come vengono usate le parole basate sulle antiche lingue nordiche) che sono una sorta di torturatrici professioniste al servizio di Darken il Rallo, caratterizzate da un’aderente divisa di pelle, una forte tendenza alla crudeltà, e una grande passione per l’uso dell’Agiel, cioè una sorta di bacchetta magica per sadici, che come unico incantesimo provoca un insopportabile dolore qualora venga in contatto con un corpo umano. Ma mentre nel telefilm tale strumento viene usato occasionalmente su personaggi vari (appesi come salami in apposite camere di tortura), nel libro Richard ne subisce i tormenti non per una o due, ma per decine e decine di pagine e con accenni piuttosto espliciti ad abusi sessuali. Con tutto ciò non voglio sostenere che non si tratti di un discreto romanzo, a Goodkind si riconosce dopotutto un buon ritmo narrativo, uno svolgersi della trama e un ritratto dei personaggi in grado di catturare l’interesse del lettore; solo, personalmente non penso fosse il tipo di Fantasy da cui trarre un telefilm “di successo”. Anche perché se la crudezza è stata in parte eliminata dalla versione per lo schermo, le banalità sono state invece moltiplicate. Prendiamo Darken Rahl: nel libro è un antagonista di tutto rispetto, ha un’autentica aura di malvagità, frega in tutti i modi il suo popolo con false promesse, viaggia su mezzi pagati dai cittadini, fa il bunga bunga con belle figliole, insomma tutto ciò che farebbe un realistico tiranno; nel telefilm lo vediamo al massimo menare pugni ai suoi scagnozzi e spezzare colli a tutto spiano (a uomini, donne e perfino gattini) manco fosse il più rozzo dei gangster di quartiere. Le scene di battaglia, poi, rasentano a tratti il ridicolo e gli effetti speciali sono ridotti all’osso. Non capita mai di vedere più di venti soldati nemici tutti insieme, e pensare che il nostro Darken il Rallo, per poter dominare il mondo, ha un assoluto bisogno di trovare e mettere insieme le parti perdute di un oggetto magico chiamato Orden, che dovrà contendere a Richard il Cercatore. Ora io dico: quando Sauron vuole l’Anello manda un milione di orchi ad assediare la città di Minas Tirith, quando l’Imperatore di Guerre Stellari vuole annientare i Jedi manda Darth Vader e la Morte Nera, e invece Darken Rahl che fa? Manda tutt’al più una dozzina di soldati, e poi si lamenta che lo sconfiggono. Soldati che, peraltro, vengono battuti con una facilità imbarazzante, forse perché i cattivi, lo si sa, sono sempre combattenti mediocri, o forse perché i protagonisti, pure lo si sa, sono sempre invincibili. Così vediamo Richard il Cercatore (che, lo ricordo, non è uno guerriero di professione) sterminare nemici con una destrezza da far sembrare Conan un minchione, e Kahlan tener testa a due spadaccini per volta armata soltanto di un paio di pugnali, sebbene la fanciulla sia dotata di una conoscenza delle arti marziali da fare invidia a Jackie Chan. In alcune puntate la si vede stendere uomini grandi il doppio di lei e con l’elmo in testa con un solo calcio alla mascella, una cosa che, non per entrare nel vortice delle battute pacchiane su Chuck Norris, non riuscirebbe neanche al famoso Texas Ranger. Ma forte del fatto che un accattivante personaggio femminile tira più di un carro di buoi (mi pare si dica così) il regista aiuta il pubblico, soprattutto quello maschile, a metabolizzare tanta banalità assegnando il ruolo di Kahlan alla brava attrice Bridget Regan, dagli occhi magnetici quanto il decolleté. E pensare che alcuni grandi autori, come ad esempio H.P. Lovecraft, riuscivano a creare storie straordinarie senza farcirle di ba alità e sesso."

Ivan Croce

sabato 1 ottobre 2011

Una questione di scelta



Questo è un annuncio un po' triste ma è giusto che io renda partecipi i miei lettori di ogni novità, positiva o negativa, che riguardi la mia produzione letteraria. Visto che mi seguite da un bel po' di tempo (il blog fu creato poco meno di tre anni fa) desidero convidere con voi ogni cosa. La novità riguarda il mio romanzo "L'uomo che sognava di vivere" di cui, come sapete, una Casa Editrice del milanese mi aveva avanzato un'offerta di pubblicazione. Purtroppo non posso farne il nome: dovete sapere che in ogni contratto di edizione che si rispetti esiste un punto che vieta al'autore di divulgare qualsiasi informazioni sensibile. La stessa cosa vale anche per quanto riguarda le mail di servizio scambiate tra Editore e Autore. Ignoro se si possa o meno fare con i nomi ma, come detto, mi considero una persona rispettosa delle regole, per cui preferisco evitarlo. I motivi che però mi hanno convinto a declinare il contratto riguarda alcuni punti che, a mio modesto parere, erano troppo vincolanti per la mia carriera di scrittore. Per cui ho provveduto a ringraziare il direttore editoriale della sua gentilezza, ma non ho impegnato il romanzo che resta dunque mio e assolutamente inedito. "Primus" torna in pista e al momento attendo risposte in un arco di tempo che va da due a sette mesi. Ovviamente è stata mia cura selezionare realtà editoriali di un certo livello, in modo tale da assicurare al romanzo le migliori possibilità di pubblicazione e diffusione possibili. Per favore, vi chiedo di non fare troppe domande  nei confronti del contratto che ho rifiutato. Posso capire la vostra curiosità e il vostro affetto, ma si tratta di una questione di serietà da parte mia. Un saluto a tutti voi e... continuate a seguire "Gabbiani delle Stelle".

PS: questo è un post di servzio. Il prossimo post è programmato a breve.



Massimo Valentini