Cari amici benvenuti. Mi auguro che il week-end pasquale sia andato bene per tutti e che siate pronti al digiun, cioè, alla solita vita di tutti i giorni dopo le recenti abbuffate. Oggi parleremo di un libro che vi accennai qualche post fa. “Rebecca”, romanzo scritto nel 1938 da Daphne du Maurier. Il romanzo ebbe una trasposizione radiofonica ad opera del celebre Herbert G. Welles e, soprattutto, una assai più lucrosa trasposizione cinematografica per la regia di Alfred Hitchcock che lo apprezzò moltissimo. C’è da dire che la du Maurier ebbe problemi quando uscì il libro perché fu addirittura accusata di aver copiato un racconto di Elizabeth von Arnim intitolato “Vera”. I giudici però accolsero l’istanza presentata dalla du Maurier giudicando il caso come un errore. Dal film originale è stato ricavato anche un remake in due episodi sotto forma di fiction per la Rai e cioè “Rebecca, la prima moglie” con Alessio Boni nel ruolo di Maxim De Winter e Cristiana Capotondi nel ruolo della moglie numero due.
Trama:
Siamo a Montecarlo dove una timidissima ragazza inglese convince il nobile de Winter a non gettarsi da una rupe scoscesa. De Winter, che è da poco vedovo della bellissima moglie Rebecca morta in un (apparente) naufragio, comincia così a frequentare la giovanetta che ben presto si rivela di umili natali. E’ infatti la dama di compagnia di una nobildonna bisbetica. La ragazza s’innamora subito del giovane aristocratico e quando lui decide di chiederla in moglie il suo cuore palpita di gioia. A Menderley, la tenuta dei de Winter, però, la donna si troverà faccia a faccia con una presenza a dir poco ingombrante. Rebecca, infatti, non sembra affatto morta nella mente della signora Danvers, la governante della tenuta e neanche in quella del marito. Ben presto la poveretta comincerà a sentirsi inferiore allo “spettro” di Rebecca e l’atteggiamento in apparenza scostante di Maxim le confermeranno i suoi timori. Non proseguo oltre con la trama per non togliere il piacere della lettura a chi vorrà cimentarsi con questo romanzo che vi assicuro è molto migliore del remake made in Italy (anche se quest’ultimo, nonostante la presenza della Capotondi, attrice non certo bravissima del panorama nazionale, è comunque ben riuscito. Boni, invece, regge abbastanza bene il suo ruolo).
Siamo a Montecarlo dove una timidissima ragazza inglese convince il nobile de Winter a non gettarsi da una rupe scoscesa. De Winter, che è da poco vedovo della bellissima moglie Rebecca morta in un (apparente) naufragio, comincia così a frequentare la giovanetta che ben presto si rivela di umili natali. E’ infatti la dama di compagnia di una nobildonna bisbetica. La ragazza s’innamora subito del giovane aristocratico e quando lui decide di chiederla in moglie il suo cuore palpita di gioia. A Menderley, la tenuta dei de Winter, però, la donna si troverà faccia a faccia con una presenza a dir poco ingombrante. Rebecca, infatti, non sembra affatto morta nella mente della signora Danvers, la governante della tenuta e neanche in quella del marito. Ben presto la poveretta comincerà a sentirsi inferiore allo “spettro” di Rebecca e l’atteggiamento in apparenza scostante di Maxim le confermeranno i suoi timori. Non proseguo oltre con la trama per non togliere il piacere della lettura a chi vorrà cimentarsi con questo romanzo che vi assicuro è molto migliore del remake made in Italy (anche se quest’ultimo, nonostante la presenza della Capotondi, attrice non certo bravissima del panorama nazionale, è comunque ben riuscito. Boni, invece, regge abbastanza bene il suo ruolo).
Recensione:
Essendo uno scrittore, concentrerò la mia disamina sul romanzo. Partiamo subito col dire che l’opera è tipicamente aderente ai dettami dell’epoca in cui fu scritta. La trama segue un lessicoclassico a metà tra il thriller e la storia d’amore; le descrizioni cupe dei luoghi, di Manderley e persino del grande parco che domina la costruzione è abbastanza scura. Anche l’atmosfera che la du Maurier snocciola pagina dopo pagina diventa via via più opprimente e, a tratti, anche eccessiva. Ma questo non è un difetto: al contrario è un effetto voluto che non dispiacerà ai cultori del genere. Molto bella la scena di apertura del libro narrata quasi in tono oniricheggiante e buone le descrizioni dei luoghi e degli stati d’animo della protagonista. Il romanzo presenta un finale altamente drammatico (anche questo in linea con i tempi) anche se, a mio modesto parere, a una lettura attenta, potrà forse sembrare affrettato come se l’autrice avesse deciso di concludere al più presto il libro. Lo stile è sobrio ma gradevole. Niente inutili ampollosità né scelta di parole eccessivamente complicate. E tuttavia la struttura è solida e ben comprensibile. Nel complesso un buon romanzo che non sfigura al confronto con la letteratura che tanto va di moda oggi. E, se proprio devo dirvela tutta, è proprio “Rebecca” a far sfigurare tante storielline d’amore oggi molto in voga a cominciare proprio da quelle che parlano di vampirelli al college… Personalmente, lo stile mi ha ricordato un po’ quello della Dickinson.
Qualche curiosità. Per descrivere la casa dei de Winter, l'autrice si ispirò alla proprietà di Menabilly, in Cornovaglia, nella quale in seguito si ritirerà a vivere. Una citazione di questo libro è stata fatta da Ken Follett nel suo romanzo “Il codice Rebecca”. Qui il protagonista nasconde un codice di cifratura tra le pagine di una copia del libro della du Maurier. Se avrete occasione di leggerlo o se lo avete già fatto non mancate di scrivere su questo blog le vostre impressioni in modo da condividere uno dei romanzi che a parere di chi scrive rimane come una pietra miliare della narrativa di tutti i tempi.
Massimo Valentini







