Translate

giovedì 8 aprile 2010

"Rebecca", recensione fiction e romanzo





Cari amici benvenuti. Mi auguro che il week-end pasquale sia andato bene per tutti e che siate pronti al digiun, cioè, alla solita vita di tutti i giorni dopo le recenti abbuffate. Oggi parleremo di un libro che vi accennai qualche post fa. “Rebecca”, romanzo scritto nel 1938 da Daphne du Maurier. Il romanzo ebbe una trasposizione radiofonica ad opera del celebre Herbert G. Welles e, soprattutto, una assai più lucrosa trasposizione cinematografica per la regia di Alfred Hitchcock che lo apprezzò moltissimo. C’è da dire che la du Maurier ebbe problemi quando uscì il libro perché fu addirittura accusata di aver copiato un racconto di Elizabeth von Arnim intitolato “Vera”. I giudici però accolsero l’istanza presentata dalla du Maurier giudicando il caso come un errore. Dal film originale è stato ricavato anche un remake in due episodi sotto forma di fiction per la Rai e cioè “Rebecca, la prima moglie” con Alessio Boni nel ruolo di Maxim De Winter e Cristiana Capotondi nel ruolo della moglie numero due.


Trama:

Siamo a Montecarlo dove una timidissima ragazza inglese convince il nobile de Winter a non gettarsi da una rupe scoscesa. De Winter, che è da poco vedovo della bellissima moglie Rebecca morta in un (apparente) naufragio, comincia così a frequentare la giovanetta che ben presto si rivela di umili natali. E’ infatti la dama di compagnia di una nobildonna bisbetica. La ragazza s’innamora subito del giovane aristocratico e quando lui decide di chiederla in moglie il suo cuore palpita di gioia. A Menderley, la tenuta dei de Winter, però, la donna si troverà faccia a faccia con una presenza a dir poco ingombrante. Rebecca, infatti, non sembra affatto morta nella mente della signora Danvers, la governante della tenuta e neanche in quella del marito. Ben presto la poveretta comincerà a sentirsi inferiore allo “spettro” di Rebecca e l’atteggiamento in apparenza scostante di Maxim le confermeranno i suoi timori. Non proseguo oltre con la trama per non togliere il piacere della lettura a chi vorrà cimentarsi con questo romanzo che vi assicuro è molto migliore del remake made in Italy (anche se quest’ultimo, nonostante la presenza della Capotondi, attrice non certo bravissima del panorama nazionale, è comunque ben riuscito. Boni, invece, regge abbastanza bene il suo ruolo).


Recensione:

Essendo uno scrittore, concentrerò la mia disamina sul romanzo. Partiamo subito col dire che l’opera è tipicamente aderente ai dettami dell’epoca in cui fu scritta. La trama segue un lessicoclassico a metà tra il thriller e la storia d’amore; le descrizioni cupe dei luoghi, di Manderley e persino del grande parco che domina la costruzione è abbastanza scura. Anche l’atmosfera che la du Maurier snocciola pagina dopo pagina diventa via via più opprimente e, a tratti, anche eccessiva. Ma questo non è un difetto: al contrario è un effetto voluto che non dispiacerà ai cultori del genere. Molto bella la scena di apertura del libro narrata quasi in tono oniricheggiante e buone le descrizioni dei luoghi e degli stati d’animo della protagonista. Il romanzo presenta un finale altamente drammatico (anche questo in linea con i tempi) anche se, a mio modesto parere, a una lettura attenta, potrà forse sembrare affrettato come se l’autrice avesse deciso di concludere al più presto il libro. Lo stile è sobrio ma gradevole. Niente inutili ampollosità né scelta di parole eccessivamente complicate. E tuttavia la struttura è solida e ben comprensibile. Nel complesso un buon romanzo che non sfigura al confronto con la letteratura che tanto va di moda oggi. E, se proprio devo dirvela tutta, è proprio “Rebecca” a far sfigurare tante storielline d’amore oggi molto in voga a cominciare proprio da quelle che parlano di vampirelli al college… Personalmente, lo stile mi ha ricordato un po’ quello della Dickinson.


Qualche curiosità. Per descrivere la casa dei de Winter, l'autrice si ispirò alla proprietà di Menabilly, in Cornovaglia, nella quale in seguito si ritirerà a vivere. Una citazione di questo libro è stata fatta da Ken Follett nel suo romanzo “Il codice Rebecca”. Qui il protagonista nasconde un codice di cifratura tra le pagine di una copia del libro della du Maurier. Se avrete occasione di leggerlo o se lo avete già fatto non mancate di scrivere su questo blog le vostre impressioni in modo da condividere uno dei romanzi che a parere di chi scrive rimane come una pietra miliare della narrativa di tutti i tempi.


Massimo Valentini



venerdì 19 febbraio 2010

"Amabili resti", recensione film e romanzo


Miei cari lettori e lettrici, vicini e lontani, benvenuti a questo nuovo post. L’argomento di oggi è duplice nel senso che non riguarda un romanzo o comunque solo lo “scrivere” inteso come letteratura ma anche la filmografia. Il perché è presto detto… Ho visto il recentissimo “Amabili resti” (The lovely Bones”) film che come molti di voi sapranno è stato tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold di cui sono riuscito a leggere una versione, diciamo, condensata. Sebbene debba dire che l’autrice ha composto per questo romanzo una trama in verità non originalissima, si lascia leggere con piacere e, soprattutto, non presenta grosse pecche strutturali o di trama. Ora voi vi chiederete, perché parlare ANCHE del film e non solo del romanzo, essendo questo il blog di uno scrittore. Il motivo risiede nel fatto che è sempre utile evidenziare le differenze qualitative tra un romanzo e il film che ne è stato tratto anche perché il cinema è la cosiddetta “settima arte” e purtroppo anche questa è bistrattata, in tempi bui quali quelli in cui viviamo. In effetti, calando un velo pietoso sulla maggior parte del cinema italiano attuale (quasi mai tratto da libri, per di più…) e concentrandoci sulla produzione di oltre oceano, ho sempre trovato interessante comparare romanzi e film da essi tratti per scoprire come la maggior parte delle volte i film siano sempre inferiori alle loro “ispirazioni cartacee”. Difetti del video? Impossibilità di trasporre la ricchezza di un romanzo in poco meno di un paio d’ore di pellicola? Sicuramente è una delle cause. L’altra, però, risiede nell’indiscriminato potere degli sceneggiatori che ben di rado cercano soluzioni originali, preferendo puntare sugli effetti speciali piuttosto che sulla storia. Ad ogni modo sono molto pochi i film che seguono fedelmente il “copione” originale del romanzo. “Alien”, ne è un esempio (anche se non mancano alcune scene NON presenti nel film). “Il vecchio e il mare” di Hemingway ebbe come trasposizione cinematografica un film interpretato dall’allora famosissimo Spencer Tracy; una pellicola che fu una copia fedele all’originale. “2001 Odissea nello spazio”, tratto da un racconto breve di Arthur C. Clarke (“The sentinel”) fu invece il primo caso di sceneggiatura scritta di pari passo con il romanzo. Clarke, infatti, pubblicò il suo omonimo romanzo subito dopo l’uscita del grande capolavoro cinematografico. E come dimenticare “Blade Runner” tratto da “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di P. K. Dick? Un raro esempio in cui il film è migliore del romanzo è, a mio parere, “Le pagine della nostra vita” tratto dall’omonimo libro di Sparks. Devo dire che la lettura del romanzo mi ha deluso ma il film, beh, è davvero bello come pochi (e infatti è uno dei miei preferiti…). L’elenco è lungo e potremmo continuare all’infinito con il risultato di farvi du palle così  e non parlare di “Amabili Resti”. E allora andiamo a incominciare partendo dal romanzo. Susie Salmon è una ragazzina stuprata e uccisa da un killer seriale, ed è la protagonista di tutta la storia che infatti racconta in prima persona soffermandosi con precisione sugli avvenimenti seguenti alla sua morte. La scrittrice è abile nel tratteggiare una sorta di Paradiso chiamato “Il Cielo” dal quale la protagonista vede i parenti traumatizzati, mentre il suo assassino si prepara a uccidere di nuovo. Susie è generalmente incapace di interagire direttamente con la sua famiglia e nelle rarissime volte in cui i due mondi “combaciano” la trama è costruita in modo da lasciare sempre il dubbio che tale “incontro” sia avvenuto. Diciamo subito che il romanzo non è un capolavoro del genere (ha però riscosso un grande successo in patria) e le immagini fantastiche che l’autrice tratteggia sembrano avere una ricchezza inferiore alla pellicola (almeno a parere di chi scrive) ma resta il fatto che la Seabold è comunque lontana anni luce dalla faciloneria di certe autrici nostrane specializzate in Fantasy (infatti, il romanzo E’ UN FANTASY vero e proprio) e il suo stile è godibile quanto basta per non rimpiangere il prezzo del volume. (che, tra l’altro, non è neanche un mattone da 800 pagine…) Nel film di Peter Jackson il Paradiso Personale di Susie diventa una sorta di Limbo dove lei cerca in tutti i modi di non far sfuggire il suo assassino alla giustizia. La regia, pur non eccezionale, è abile come un’elegia, capace di recuperare lo spirito di una famiglia a pezzi per la perdita di una figlia poco più che adolescente. Jackson fa un salto nei suoi trascorsi di regista fantasy come “Il Signore degli Anelli” e questo si vede nelle bellissime immagini del Limbo, riprodotte in CGI (ma in modo decente e credibile) e negli stacchi temporali tra la vita-non vita di Susie e quella “terrena” del padre che continua la sua personale ricerca dell’assassino. Mark (il padre della ragazzina) la cercherà infatti per anni, seguito con instancabile zelo dalla figlia morta che non esita a inviargli piccoli segnali di una presenza mai del tutto sopita. La figura della madre, invece, si dimostra poco caratterizzata dal regista anche se la stella del film è certamente Susan Sarandon che qui dà prova di una straordinaria recitazione in chiave quasi semiseria (è la bislacca suocera del marito di lei) Ora, sia chiaro: questo film a me è piaciuto anche se, da buon scrittore, ho la pessima abitudine di guardare i film come se fossero romanzi individuandone eventuali prologhi, storie, capitoli, epiloghi e chi più ne ha più ne metta. Ripeto: mi è piaciuto ma, e questa è naturalmente un’impressione personale, il film non decolla più di tanto. La bellezza di certe immagini fantastiche non riesce a sollevare le figure degli attori da una certa piattezza di fondo, evidentemente stereotipata, come quella dello stesso Stanley Tucci, maniaco seriale dall’aspetto mite e gentile che ha come hobby (e forse lavoro) quello di costruire bellissime case di bambole. Ecco, qui sta il difetto del film: la scarsa introspezione psicologica dei personaggi. Chi ha avito modo di leggere le vite di tanti SK saprà che spesso questi mostri umani hanno un aspetto insignificante (senza maschere fatte di pelle umana alla “Venerdì 13” per intenderci) ma ovviamente il loro vissuto è molto più profondo di quello delineato per il serial killer del film in questione. Così è per la madre di Susie, una donna abbastanza meschina in quanto pianta baracca e burattini per fuggire dall’ossessione del marito di scovare l’autore del fattaccio. Il finale è poetico (non struggente…) e ben fatto e sono molto belle le frasi che Susie dice, tratte direttamente dal libro. Diciamo subito che il film non supera il libro però sembra “quasi” ricostruirlo tra frammenti in cui si coglie l’emergenza affettiva e quei luoghi che la voce fuori campo di Susie ricomprende come in un eterno ritorno senza ritorno esemplificato dal fatto che la polizia NON riuscirà a scoprire il Serial Killer che nel film rimane ucciso per un volere del Destino (letteralmente) quasi una legge del contrappasso dantesco le cui possibilità e poteri sono superiori alle decisone umane, giuste o ingiuste che siano. Nel complesso assegno un bel “8” ma con riserva. Quella, cioè, che se avete visto o intendete vedere questa pellicola non dimenticate di leggere ANCHE il romanzo la cui parte migliore è certamente il capitolo finale dove gli “amabili resti”, il ricordi di una vita troppo breve eppure vissuta con tutta la gaiezza della fanciullezza, ci ricordano le uniche cose che possiamo portarci dietro dopo questa grande avventura chiamata vita: i sentimenti. Sono questi, infatti, i soli valori che rendono amabile il nostro vissuto!



Massimo Valentini

venerdì 18 dicembre 2009

"Twilight", recensione




La figura del vampiro è una delle più comuni sia per quanto riguarda la narrativa che la cinematografia, assieme a quelle di uomini-lupo, mostri composti a partire da pezzi di cadaveri e mummie egizie, e oggi che impazza la narrativa per adolescenti non potevano mancare libri ispirati a questi personaggi. Non fa eccezione Stephenie Meyer che confeziona una saga gradevole dal punto di vista della forma, con uno stile scorrevole e leggibile, adatto a una vastissima cerchia di lettori. Ho finito di leggere questo libro in circa un’oretta perché non è eccessivamente lungo né complicato. Come alcuni di voi sapranno, sono un uomo cinico ma non per questo disdegno le storie romantiche, specie quelle di ambientazione fantastica, ma sono rimasto perplesso di fronte a una storia basato su vampiri adolescenti che vanno al college, e per di più innamorati. Se non ci fosse stato il nome Meyer sopra avrei pensato a una storia di Geronimo Stilton e sinceramente non intendo leggere gli altri capitoli della saga, convinto come sono che spesso le buone idee sono quelle del primo libro con gli altri capitoli che servono solo a battere cassa. Ma andiamo con ordine e presentiamo la recensione di questo romanzo.



Trama:


La signora Swan si è risposata con un giocatore di baseball ma invece di seguire il nuovo marito rimane a casa ad accudire la figlia Isabella, ‘Bella’ per gli amici, che per venire incontro alla madre va a vivere con Charlie, il padre naturale, in una cittadina di poche anime, tale Forks. Questo posto è, come si direbbe dalle mie parti, composto da “quattro case e un forno”. E naturalmente la nostra Bella si deprime. Bella è una ragazza graziosa, goffa, non ricca ma neanche povera. È una persona qualunque. Insomma, una teenager come tante che come tante ha però già spasimanti a iosa nella scuola che frequenta. Quando incontrerà Edward Cullen, bellissimo ragazzo dagli occhi languidi e sfuggenti, se ne innamorerà come mai nella sua vita. Inizia così la love story tra lei ed Edward che si scoprirà presto essere un vampiro.


Recensione:

L’aspetto cardine di ogni buon romanzo dovrebbe essere l’originalità soprattutto se si sfrutta una trama ormai nota come quella sui vampiri ma questo non sembra essere un tratto distintivo della signora Meyer, dal momento che non ha nulla di meglio che far innamorare il più figo della classe di Bella. L’originalità a quanto pare sta nel fatto che Ed sia un vampiro. Sia Bella che Edward appaiono come personaggi stereotipati e privi di uno spessore caratteriale importante. Così come Edward appare di una bellezza “sconvolgente” Agli occhi di Bella, così la storia appare molto poco verosimile perché l’Autrice non ricorre a nessun espediente per spiegare le caratteristiche dei vampiri. Per lei è normale che essi abbiano immortalità, forza e agilità superiori a quelle umane. Rispetto a quelli classici, i vampirelli della Meyer non temono neanche la luce del sole, l’aglio, croci… sanno predire il futuro e leggono la mente delle persone. Peccato però che Ed legga la mente di chiunque ma, guarda caso, NON QUELLA DI BELLA! Espediente a buon mercato chiaramente fatto ad hoc dalla Meyer per non cercare una spiegazione alternativa. La Meyer s’inventa anche la tendenza dei vampiri a consumare sangue animale. Comunque, se per caso sono in astinenza da sangue, i superbononi vampiri meyeriani subiscono qualcosa di simile alla crisi di astinenza di un accanito bevitore di grappa ma, volendo, sanno controllarsi. Altra falla grande quanto una casa è l’aspetto temporale del protagonista gnokko del romanzo: Edward è nato nel 1901 ed è diventato vampiro nel 1918 però la Meyer ambienta il suo capolavoro nel 2005. Sembra curioso che un tizio centenario vada ancora a liceo. Per fare cosa? Per nutrirsi di povere e indifese fanciulle liceali? Assoggettare ai suoi arcani poteri i responsabili della scuola per oscuri propositi? Affatto: sembra proprio che Edward frequenti la classe di Bella per aspettare il grande amore della sua vita. Edward, inoltre, parla poco ma nonostante la Meyer continui a sciorinare quanto sia bello Edward non fa nulla di che. Ha solo macchine costose, sembra di famiglia molto benestante, è bello. Ed è bello. Ma bello davvero, eh! E anche Bella non sembra proprio un genio come personaggio. Quando lo vede per la prima volta mormora, con la bava alla bocca: “Come sei bello!” e poi sviene di continuo. Ho paura che abbia la pressione bassa visto che basta una corsa, un bacetto, respirare perfino. Quando finalmente capiscono di essere attratti uno dall’altra la loro storia non ha nulla, il vuoto assoluto. Non parlano, non discutono del futuro, non fanno sesso, non fanno un cavolaccio di niente. Bella dà anche prova di una spiccata intelligenza (si fa per dire) quando decide di gironzolare tutta sola per quartieri poco raccomandabili ed anche questo è il solito, squallido artifizio dell’Autrice per mostrare alla lettrice quanto sia bravo il suo Ed. Infatti quando quattro deficienti vogliono violentarla Ed sgomina i kattivi senza noie. Una sorta di Super Eroe in versione Vampiro. Curiosamente davanti alle intenzioni dei quattro disgraziati, Bella NON SVIENE. Una scelta curiosa, visto che la ragazza non sa fare altro che svenire se lui le da un bacio, se è emozionata e roba del genere. Per quanto riguarda il sesso, semplicemente non è presente. Sappiamo tutti infatti quanto le teenagers non abbiano alcuna scossa degli ormoni. Non è importante che il sesso sia un ingrediente o meno di una storia ma se descrivi una relazione tra due persone qual cosina dovresti dirla. Qui, invece, viene fuori il pensiero mormone della Meyer che prescrive come il sesso, fuori dal matrimonio, sia cosa brutta e kattiva. E a quanto pare, Edward Cullen e Bella Swan sono entrambi mormoni. Se volete ridacchiare leggendo l’ennesima sciocchezza narrativa che si è inventata la Meyer per giustificare il divieto di sesso per questo libro sappiate che Ed, come tutti quelli della sua specie sarebbe superdotato, esuberantissimo, e troppo “focoso” quando fa sesso. Ora… Uno come me, cinico quanto volete ma pragmatico su certe cose, potrebbe anche pensare che il nostre Ed sia un perfetto imbecille anche per questo. Un altro punto oscuro è l’attrazione di Edward verso Bella: perché uno come lui sceglie una come lei? E non mi tirate in ballo l’amore tanto è questione di igiene personale: Bella odora di sangue lontano un miglio e tutti i vampirelli che incontra vorrebbero invitare qualcuno a cena con lei a fare… da cena. Per farla breve, “Twilight” è un romanzo scritto coi piedi che potrebbe stare benissimo tra le fila di una libreria mormone, forse, dove l’azione si riduce a descrivere il nulla più assoluto, senza una storia degna di questo nome, senza un qualsiasi elemento che possa rendere questo libro almeno valevole del prezzo di copertina. Praticamente è equivalente a una versione in salsa tartara di Candy Candy. Guardando il romanzo dal lato tecnico lo stile della Meyer è scorrevole e quindi si legge bene. E questo è una gran cosa visto che non descrive scene molto… sofisticate. Però i dialoghi sembrano quelli mocciani e non è un complimento. E tanto per parafrasare una notissima pubblicità televisiva di deve dire che scrivere vera narrativa è per molti, ma evidentemente non per Stephenie Meyer.

 


Massimo Valentini



mercoledì 9 dicembre 2009

"Se solo fosse vero", recensione





Avevo pensato di scrivere la recensione di "Twilight" anche per venire incontro a quanti tra voi cattivelli vorrebbero a gran voce il mio punto di vista su uno dei romanzi più venduti del momento. In effetti, però, dato che il capostipite della saga vampiresca non riscuote una grande ammirazione da parte mia, ho pensato di alternare la recensione di un altro volume e fare così recensioni positive e negative. Ecco perchè ho scelto di parlarvi di  "Se solo fosse vero" di Marc Levy, un libro delizioso che ho letto pochi giorni fa. Sapete, a me non piace la Francia e neanche lo sciovinismo tipico dei cugini d'Oltralpe però questo romanzo mi è piaciuto in modo particolare sia per le ambientazioni (è ambientato a San Francisco e non nella douce France) sia per lo stile davvero coinvolgente. Sitratta di un romanzo breve, non più di 220 pagine, peraltro scritte anche con un carattere abbastanza leggibile e questo può essere solo un bene. Il vino buono non ha bisogno sempre di una botte da mille pagine, non vi pare? La trama è narrata in terza persona e apparentemente potrebbe sembrare fantastica, ma è soltanto a un'analisi più approfondita che si scopre che tutto il testo appartiene alla cosidetta narrativa classica. E andiamo a incominciare...


Trama

Lauren è una giovane dottoressa trentenne che abita da sola in compagnia di una cagnetta che adora e del suo lavoro. Dopo una serie di estenuanti notti trascorse al pronto soccorso a destreggiarsi tra pazienti ed emergenze varie, ottiene finalmente un paio di giorni tutti per sè. Decide di regalarsi un weekend di vacanza e parte a bordo della sua vecchia spider inglese. Ma il destino è dietro l'angolo e la sua auto sbanda, andandosi a spiaccicare contro la vetrina di un negozio. Nonostante il pronto intervento dei medici scesi da un'ambulanza, la donna cade in coma. Questa è la prima parte del romanzo che in effetti funziona come una sorta di prologo. Il terzo capitolo vede l'apparizione del vero protagonista, Artur, un uomo che andrà ad abitare proprio nella casa di Lauren che, dopo l'incidente, la madre aveva reso disponibile per l'affitto. Artur incontrerà la donna sotto forma di fantasma, che gli pone mille domande sulla sua vita e sul motivo che lo ha spinto ad abitare proprio casa sua. Passanoi giorni e Lauren, abituatsi all'idea che uno sconosciuto possa abitare nella casa che era stata sua, comincerà a legarsi affettivamente a lui. La storia prosegue senza troppi buchi di narrazione fino all'abbastanza inevitabile innamoramento tra i due con Artur che sarà visto da amici e semplici conoscenti abbracciato a una figura invisibile susciando a volte l'ilarità generale. Dopo una serie di piccole e grandi vicissitudini il corpo di Lauren verrà dichiarato dai responsabili dell'ospedale come non più supportabile e quindi verrà deciso di staccare la spina. Intanto Artur cerca di conoscere di più di lei ed entra in contatto con la madre alla quale rivelerà che la figlia, in un certo senso, è ancora viva. A questo punto la trama corre verso il finale con l'ultima scena in cui Lauren gli rivelerà di essere prossima a scomparire e gli chiede quindi un ultimo abbraccio. Artur, sconvolto dal dolore, va  in ospedale e decide di far visita tutti i giorni alla donna che ama. Il romanzo finisce con il risveglio di lei che non riconosce in Artur l'uomo con cui ha trascorso gli ultimi mesi della propria esistenza e con la frase del protagonista che recita pressappoco così:

"Quello che sto per dirle, signorina, riguarda molto da vicino la sua vita e la mia e mi creda se le giuro che soltanto lei potrebbe capire il mio stato d'animo".

Questo romanzo è scritto con uno stile agile e gradevole, capace di catturare il lettore dall'inizio alla fine, trasportandolo in un'atmosfera colma di delicatezza, nonostante il tema rischi di essere eccessivamente banale. Levy confeziona qui una versione sofisticata e frizzante della classica storia d'amore che potrebbe sembrare fantastica o comunque surreale, ma che invece è una metafora evidente dell'amore che supera le difficoltà relazionali tra gli individui. I capitoli sono molto brevi, tre/quattro pagine, ma la descrizione delle scene, degli ambienti e le motivazioni dei protagonisti sono ben tratteggiati.
    

Pregi

 Sono senza dubbio uno stile energico che non lascia al lettore il tempo di riprendere fiato tra una situazione e l'altra, l'aver dato a una storia per certi versi non proprio originale quella patina di leggerezza e insieme dolcezza senza mai farla scadere nel già visto. (Un rischio non tanto lontano dato il tema scelto dall'autore). Inoltre non si fa uso di situazioni ai limiti del porno o dell'esagerazione lessicale (non ci sono eccessive scene di sesso o comunque a base di parolacce) per descrivere gli stati d'animo che attraversano i personaggi.

Punti negativi

Una certa confusione tra descrizioni in prima che poi scadono in terza persona, l'incontro un po' scontato tra il protagonista e Lauren che avviene nell'armadio della camera da letto (sic!) e alcune situazioni emotive descritte a mio parere in modo un un po' troppo superficiale. Anche il finale, pure gradevole, poteva essere scritto in modo più intenso. Nel complesso però il romanzo si regge su gambe ben salde e merita senz'altro un 10 non tanto per l'originalità della trama, ma per il modo delicato e tenero (ma non mieloso o politicamente corretto) con cui viene tratteggiata una storia che nelle mani di altri scrittori troppo avvezzi al marketing poteva riuscire scontata e che qui diventa invece di una sublime dolcezza. Piccola curiosità: come stile, come tratteggio, lunghezza complessiva e scelta sintattica questo libro mi ricorda il mio romanzo "Ultima Thule" sebbene tra i due libri esista un abisso come trama, ambientazioni e motivazione del protagonista. Diciamo, però, che  si somigliano come atmosfere. Sono immodesto lo so! In conclusione vi invito a leggerlo e vi saluto come direbbe la cara vecchia Sofia Loren... accattativillo!


Massimo Valentini

lunedì 30 novembre 2009

Frammenti di "Sulle ali di Althaira"

                                                                   

Cari lettori e lettrici benvenuti a questo nuovo post con il quale vi darò alcune piccole anticipazioni sia sui tempi di pubblicazione che qualche assaggio dei racconti che compongono il mio nuovo libro “Sulle ali di Althaira”. Intanto comincio col dirvi che la pubblicazione vera e propria e la relativa distribuzione partirà dal 7 gennaio 2010 quindi pazientate ancora un po’. Vi ringrazio di nuovo per la vostra accanita partecipazione relativa alla scelta della copertina. Se tanto mi da’ tanto mi sa che anche questo libro sarà abbastanza “nero” dato lo sfondo proposto. Come già vi dissi in precedenti post questo sarà il penultimo libro facente parte di quella che chiamo “prima produzione letteraria” costituita in gran parte da racconti se si eccettua il romanzo breve “Ultima Thule”. Come sapete l’ultimo elemento facente parte di questo ciclo porterà il titolo di “Gabbiani delle Stelle” e sarà composto dagli ultimissimi tre racconti che ancora devono trovare la strada della pubblicazione. Quelli più accorti di voi avranno notato che ho detto tre e non due; infatti c’è una piccola novità per quanti di voi hanno già letto e apprezzato il mio primo libro “Alfa e Omega”. I diritti di questo volume sono tornati a me e ne ho approfittato per eseguire una singolare operazione chirurgica. Ecco quindi che il primo racconto in assoluto da me scritto “Il Cigno” troverà spazio in una pubblicazione tutta sua sempre con la Zerounoundici Edizioni curata dall’Associazione Servizi Culturali. In questi giorni io e la sempre efficiente Antonella abbiamo, appunto, preparato la copertina di cui qui sopra vedete l'immagine di partenza grezza. Il testo sarà integralmente rivisto dal sottoscritto con un’introduzione affidata a Ivan Croce, mio amico e collega al quale formalmente passo questa patata bollente e che invito a lasciare un commento. Piccola curiosità: poiché la primissima stampa di questo libro è stata fatta oggetto di una scarsa attenzione all’editing dovuta a problemi logistici della precedente casa editrice, le copie a suo tempo distribuite potrebbero diventare “oggetti da collezione”. In questa nuova forma il racconto acquisterà quindi la dignità di pubblicazione a sé stante. E’ necessaria però la prenotazione di almeno sei copie perché possa partire il progetto che vedrà una tiratura iniziale minima di trenta copie. Novità numero due: il già citato “Gabbiani delle Stelle” acquisirà la forma che avevo sempre desiderato per questo libro e vedrà come primo racconto “Sull’oceano del Tempo”, come secondo “Il mare della Memoria” e come terzo e ultimo “La donna che sussurra nel vento”. Naturalmente anche “Sull’oceano del tempo” sarà corretto e rivisto e portato allo stesso standard qualitativo degli altri due che sono virtualmente definitivi. Questo volume, quindi, sarà contraddistinto da tre racconti ambientati vicino al mare che costituiranno un unico romanzo della storia dei gabbiani delle stelle. Per i più curiosi di voi aggiungerò che non farò nulla per togliervi la curiosità :-).

Anche in questo caso abbiamo preparato la copertina che, se tra un paio d’anni dovesse essere pubblicato dalla Zerounoundici Edizioni, ha buone possibilità di essere scelta. Tengo a precisare che le copertine di entrambi i testi sono elaborazioni di panorami suggestivi realmente esistenti. In caso invece dovesse essere pubblicato in Danimarca o da un’altra casa editrice la copertina potrebbe essere differente. Per finire ecco a voi alcuni frammenti del mio nuovo libro…

da “Althaira”

Non mi diede il tempo di finire: “… so tutto di te e dei tuoi sogni. Conosco ciò che agita le tue paure più recondite e le tue speranze più belle. So che non sei contento della prosaica esistenza degli uomini e aneli a cercare oltre il velo della vita per scoprire cosa si estende al di là di essa. Tu desideri contemplare l’Idea dell’Arte come faccio io, ma questo desiderio, che pure ti muove, da un lato ti atterrisce perché hai paura dell’ignoto. La tela che ti ho inviata è un simbolo, ogni cosa lo è, basta saper guardare. I protagonisti dei tuoi racconti sanno dove guardare, lo hai scritto tu, no?”
“E’ vero ma…”
“… e tu sai dove guardare, Gabriel?” Tagliò corto lei, quasi a mezza voce.
“Stai parlando ancora per enigmi!” Osservai, “cosa significa?”

Ma più di ogni altra cosa, quel che ci rende esseri liberi sono i sogni, perché liberano l’intelletto dalle catene di un’esistenza squallida e ripetitiva, che niente ha da offrire se non pallide imitazioni della vita. Il mio, è un sogno che ha un nome e si chiama Althaira. Lei ha donato nuove ali alla mia conoscenza e adesso so o meglio, sono tornato a sapere che non serve, come alcuni dicono, che chi scrive o dipinge debba sempre sporcarsi le mani per continuare a sognare. Almeno per me che sogno di giorno e non di notte tutto questo non ha senso. Là dove altri vedono solo puntini luminosi da dedicare alla ragazza del momento, io contemplo il dominio dell’immaginazione da cui sgorgano le fiamme sublimi della fantasia.

da “Il canto della Solitudine”

Ho affogato la mia arroganza nelle sensazioni sostituendo i fantasmi della morale con gli irreali attimi della perdizione. Ma a dispetto delle graziose bambole che ho avuto come compagne mi sono sentito solo.

da “I gabbiani di Althaira”

E’ vero, sei un frammento, ma non somigli ad alcun altro frammento delineato da una vuota statistica. Ogni cosa nell’universo è simile a un’altra. Dio ha usato gli stessi elementi per completare l’opera della creazione. Ma guarda che varietà ha saputo comporre! Sei un frammento, ma non sei uguale ed è proprio questo che ti rende potenzialmente migliore di altri frammenti. Perché tu sei una differenza nella similitudine.

da “Leyla”

Ho conosciuto molti uomini che mi hanno offerto la loro amicizia, e molte donne che mi hanno concesso il loro amore. Ma non ho mai trovato alcuna come Leyla. Lei è stata la sola che mi ha capito e ha cercato di tollerare il mio comportamento più portato verso la contemplazione che verso il nulla del mondo. Per lei ho scritto racconti e composto poesie. Per i suoi occhi mi sono vestito delle mie parole migliori e gliene ho fatto dono. Ha intessuto la sua vita alla mia piangendo le mie stesse lacrime e asciugando le mie quando le parlavo dei miei affanni.

da “La linea del Tempo”

“Il luogo dove ora ti trovi,” continuò la voce, “è la Regione del Sogno dove la mente non conosce né riposo né silenzio. Le acque del mare che avverti sono quelle, infinite in ogni direzione, della tua vita e del mondo dove la vivi. Scegli quale seguire ma attento: la tua scelta non avrà nessuna possibilità di replica.”

da “La melodia del cuore”

L’arte ha confini che il potere economico non può recintare con una corda fatta di biglietti da cento dollari. Ma quando ciò avviene, essa perde quella patina di universalità che prima la caratterizzava, e solo individui attenti e dotati della giusta sensibilità possono coglierne la differenza. Questo è il motivo del perchè dopo i primi successi un artista vero perda quella innata capacità, la sottile qualità che rende i suoi occhi capaci di guardare oltre.

A dire il vero non sapeva neanche perché si era ritrovata a passeggiare insieme a lui e l’unica cosa che desiderava in quel momento fu di tornare a casa, andare a letto, e concludere un’altra giornata di lavoro come tante. Ma quando arrivarono davanti l’abitazione della ragazza nell’atto di accomiatarsi da lei Steel disse: “Terrò la porta accostata!”

Pareva che il cosmo e la stessa materia coesistessero in un non-spazio di musica dove le usuali leggi dello spazio-tempo avevano perso significato. Le stelle, simili a immani voragini di fiamme nucleari, vibravano ritmicamente in modo disgustoso addensandosi insieme fino a formare i contorni incerti del viso di Donovan Steel. Oggetti, penne, fogli di carta, campi stellari, quasar e lo strumento suonato dall’uomo che intendeva salvare dalla sua stessa follia si mischiavano uno nell’altro in un coacervo di caos assoluto e primordiale.

Massimo Valentini

giovedì 26 novembre 2009

"Gli Eroi del Crepuscolo", recensione



Diciamo subito chr questo romanzo non mi ha esaltato e, se tanto mi dà tanto, dirò senza mezzi termini che se fossi un editore NON lo pubblicherei. Perché? Beh, non è perchè l’autrice non ha neanche 18 anni. Qui parliamo di talento e quello o lo hai o non lo hai a prescindere dall’età. Un maggior numero di anni sul groppone denota, o dovrebbe denotare (almeno in teoria) solo una maggiore padronanza della tecnica, non del talento. Inoltre, e qui è solo questione di gusti, trovo che il romanzo in questione sia esageratamente lungo. Più di 800 pagine farcite di descrizioni, dettagliate e meno dettagliate, inerenti personaggi abbastanza stereotipati e prevedibili. Ma questo, purtroppo, è un limite (sisssignore, ho scritto proprio LIMITE) del Fantasy Made in Italy! Un genere che nel beneamato Stivale acquisisce quasi la connotazione di opera parrocchiale per chierichetti in erba travestiti da fatine sexy e arzigogolate la maggior parte delle volte. E non mi fa alcuna meraviglia. E qui, direte voi, il mondo è pieno di gente, non ancora maggiorenne, che scrive Fantasy con questi termini di paragone! Vero al cento per cento, ma nel nostro Paese acquista una connotazione assolutistica assolutamente ingiustificata. La quasi totalità del Fantasy italiano è infatti farcito di:

1) Eroe/eroina (no, non mi faccio, tranquilli) di turno brava, bella, sexy, intelligente e senza un’oncia di grasso (praticamente una teenager stile Winx)

2) Il cattivone (sempre di turno) brutto, stupido e incapace di integrarsi in modo coerente con la trama del testo

3) Mitiche creature come draghi, mostri o comunque di aspetto simile, naturalmente volanti

4) Elfi, elfe e fatine, rigorosamente sexy ma intelligenti quanto una banana (ma taaanto buone!)

5) Una lunghezza non inferiore alle 800/1000 pagine (sennò a Tolkien non ci si ispira bene)

6) Dialoghi imbarazzanti perché pieni di frasi trite e ritrite.

Adesso, non ho certo intenzione di criticare “Gli eroi del Crepuscolo” additandolo come il simbolo di tutto questo, ci mancherebbe. In sé la storia non è né migliore né peggiore di titoli alla Eragon o alla Cronache del mondo emerso. Ed è proprio questo il punto: Gli eroi del crepuscolo non apporta nulla di nuovo al genere ma qualcosa di già visto (e letto) in altri autori. Eppure nel Fantasy (lo dice la parola stessa) la fantasia ha carta bianca per fare (quasi) tutto! E proprio non riesco a capire per quale dannato motivo alla fine si parli sempre delle solite battaglie, solite creature, soliti buoni contro cattivi stereotipati. Mai sentito parlare di Gianluigi Zuddas? Di Robert E. Howard? Di Marion Z. Bradley? E aggiungerei, di Valerio Evangelisti? Tornando a “Gli eroi del crepuscolo”, vista la pubblicità, mi aspettavo emozioni vere, autentiche, nate da trame corpose e originali, invece non ne ho purtroppo trovate. L’opera è simile a molte della Troisi e del solito, onnipresente Tolkien anche se con una padronanza stilistica inferiore. Ma insomma, di cosa parla stò libro? Mistero, mistero… dunque: siamo in un mondo dove gli elfi sono la specie dominante (ma va?) un mondo minacciato dal Signore delle Tenebre (!) che si fa chiamare “Gylion, Cuore di Ghiaccio”. Già uno che si chiama così la dice lunga sull’originalità del resto, ma andiamo avanti. Chi difenderà il Bene dal Male sarà un manipolo di adolescenti capitanati da un certo Lyannen. Naturalmente, come in ogni Fantasy che si rispetti, anche il nostro Lyannen è un trionfo di integrazione razziale, infatti è figlio di una donna umana e un elfo. E naturalmente, dato che gli elfi sono immortali anche il nostro eroe, sebbene elfo a metà, lo è. E tanto per cambiare, anche lui ama la principessa (di turno) che in questo caso porta il nome di Eileen. E a proposito di nomi: avete notato come attualmente tutti i protagonisti di fantasy hanno nomi che sono un tripudio di doppie e triple "e" e “n”? Come già i protagonisti di altri romanzi, anche Lyannen è bravissimo in tutto. Perfetto combattente (manovra la spada meglio di un cavaliere Jedi), è bello (e ti pareva) sa usare la magia (seppur inconsciamente…) e naturalmente è un diverso (è un mezz’elfo) il che lo rende ancora più “speciale”. La trama è tutta qui, davvero. Quando poi si arriva alle battaglie si scoprono gli altarini. E cioè che i Buoni sono come sempre Belli, Alti, Fieri, Muscolosi, Capelli Fluenti ecc, mentre i Cattivi sono Brutti, Sporchi & Cattivi, appunto! Ora non so voi, ma io di persone bellocce ne ho conosciute tante ed erano persone come… tante altre. L’aureola non l’ho mica vista! E la cosa…bella (mi si perdoni l’orrendo gioco di parola) è che naturalmente i Belli sono sempre affascinanti nell’ardore della battaglia. Un po’ come quei film, tanti purtroppo, dove la gnocca di turno appare una sventola anche dopo essere stata seviziata, gettata in mare, bruciacchiata con un laser (senza farsi nulla!) e presa a calci nelle gengive che al limite sanguinano solo un pochino! Così anche Lyannen appare bellissimo mentre combatte e sbaraglia i nemici tutto da solo mentre gli altri personaggi sono di contorno. Certo, la Strazzulla ha dimestichezza con le parole, tratteggia bene le descrizioni ma esagera, e tanto, con le stesse, riempiendo parecchie pagine di complicati dettagli che non hanno valore dal punto di vista della narrazione. Inoltre, tutti questi eroi formato Adolescenti Della Lego non hanno la minima competenza in tecniche da combattimento. Perché il Fantasy (ebbene si) in massima parte tratta di battaglie analoghe a quelle medioevali. Fateci caso: il Fantasy odierno (specie quello Made In Italy, aridaje!) pur essendo imbevuto di magie e maghetti è comunque a base di battaglie, strategie e tecniche medievali. E tutti i personaggi usano spade, lance, archi, catapulte e draghi. Ora, non so i draghi, ma di certo i VERI COMBATTENTI non sono né esili come Lyannen (semmai il contrario) né come certe eroine presenti in tantissimi altri romanzi. Mi spiace, signori, ma chi combatte davvero non può avere anche il fisico di una modella sedicenne! Tendere un arco impone un controllo assoluto oltre a una certa padronanza dell’arma. E le spade medioevali erano tutto fuorché semplici da maneggiare. E’ molto probabile, anzi, che tipetti come Lyannen non avrebbero avuto neanche la forza di farne roteare una sulla propria testa senza lasciarsela scivolare di mano! E non mi si venga a dire che parliamo di Fantasy!!! Perché si può scrivere un romanzo per bambini e parlare del Lupo Cattivo, ma se si scrive un romanzo che pretenda una certa diffusione, e quindi una lettura anche da parte di adulti, DEVE essere realistico. Credete forse che realistiche siano solo le astronavi a curvatura di Star Trek? Ennò cari! Realistico è anche il modo in cui si maneggia una spada! DEVE esserlo, altrimenti quel romanzo farà acqua da tutte le parti! Il voto che personalmente  mi sento di dare a questo romanzo è quindi un "discreto" dal punto di vista della narrazione ma gli affibbio un'insufficenza piena in tutto il resto a cominciare dalla trama e dalla caratterizzazione dei protagonisti. quanto alla pura e semplice attività di scrittore IN GENERALE,  mi stancherò mai di ripeterlo: scrivere davvero non è da tutti proprio come non è da tutti fare il nostromo o il carpentiere. Tutti noi siamo capaci di imbrattare tele e fogli di carta (persino io…) ma quando andiamo a comporre qualcosa che abbia valenza artistica dobbiamo anche vedere la dove gli altri sono ciechi. Altrimenti tanto varrebbe chiudere bottega e cambiare mestiere. Perché scrivere è una cosa, comporre arte è un’altra. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

Massimo Valentini
















venerdì 16 ottobre 2009

"Sulle ali di Althaira"




Oggi voglio parlarvi del prossimo libro e darvi qualche anticipazione dei "dietro le quinte". Prima però desidero ringraziarvi per gli apprezzatissimi auguri di buon compleanno di cui, è vero, non vi avevo parlato. Adesso non ricordo se l'ho già scritto nei miei precedenti post, ma il mio è un carattere un po' eccentrico e riservato. Questo blog è nato dal desiderio di condividere i miei libri con chi li avesse già letti, voi lettori, ed è inteso perciò come mezzo più rapido di comunicazione tra due mondi che stanno ai due estremi di un mondo ancora più grande, la letteratura. Ecco perché non sono solito parlare di me, elencare date e neanche risultati professionali, perché non considero queste come cose rilevanti ai fini del rapporto scrittore-lettore. In pratica non sono io, come persona, a dover essere al centro dell'attenzione ma i libri (e quindi le mie emozioni) e voi lettori. Altrimenti il mio profilo avrebbe incluso fotografie, quelle delle varie presentazioni, i miei hobbies, dove vivo, dove vado, cosa porto... un fiorino! (parafrasando una scenetta del film "Non ci resta che piangere!") Quanto alla presenza di una voce che mi riguarda su Wikipedia vi confesso che in un certo senso ha sorpreso anche me. La notizia mi giunse qualche tempo fa da alcuni lettori che avevano intenzione di proporre una mia breve "presentazione" sull'Enciclopedia on-line per eccellenza. Mi dissero di aver preso contatti con i curatori dell'Enciclopedia per sapere se il sottoscritto possedesse i requisiti necessari. Poi, per diverso tempo non ne seppi più nulla fino a quando pochi giorni fa mi confermarono che Wikipedia aveva accettato il frutto del loro progetto, pur se con alcune limitazioni. Di volta in volta, quando si verificano piccole modifiche alla voce che mi riguarda, mi tengono informato. Da parte mia non posso che ringraziare moltissimo i curatori wikipediani e spero che in futuro i miei libri e la mia persona possano essere più degni possibile di quest'onore, nel rispetto della cultura e dei miei lettori. Per questo motivo non ne ho mai accennato su queste pagine. Parlarne in questo blog di mia spontanea volontà sarebbe suonato simile a un vanto ed io non voglio farlo: so quel che valgo e quel che faccio, inutile strombazzarlo ai quattro venti, non credete? Ciò che è importante è che i nostri sogni volino alti e che possiamo condividere queste emozioni con il maggior numero possibile di persone. Se possiamo aiutare anche gli altri poi, sarebbe perfetto! E a questo proposito, vi invito a visitare il bel gruppo che la gentilissima lettrice Paola Laganà ha voluto dedicare al sottoscritto, dove troverete alcuni dei vostri commenti più belli che ha scelto personalmente. Io l'ho appena visitato e devo dire che è molto carino. I miei complimenti a Paola e a tutti voi che siete così fervidi e compatti! Nel gruppo di Fb, soprattutto, troverete anche i dati che vi consentiranno di partecipare all'iniziativa "Un aiuto a colpi di penna" voluta dalla mia Casa Editrice per aiutare associazioni onlus per la ricerca sul cancro. Non solo "Quattro Ombre Azzurre" partecipa a tale attività ma anche molti dei libri della 0111 Edizioni. Come ho già detto, scrivere è la mia vita e se quel che faccio può dare anche un minimo contributo per concorrere a salvare la vita altrui è qualcosa che vale più di mille parole e milioni di libri! Ed ora parliamo, come alcuni di voi hanno chiesto, del mio prossimo libro: "Sulle ali di Althaira". Da quel che mi risulta la seconda lettura di verifica è stata già completata e quindi sono in attesa che la mia editrice, la dott.ssa Stefania Lovati, me ne comunichi l'esito. Al momento il testo dovrebbe essere entrato nella fase di discussione per deciderne sia la pubblicabilità che la posizione all'interno delle varie collane. Come sapete, "Quattro Ombre Azzurre" fa parte della collana "Opera Prima" che non riguarda il primo libro di un autore ma semmai quei libri considerati pubblicabili e interessanti ma non eccessivamente commerciali. In una mail di qualche tempo fa l'editrice mi comunicò che non era detto che il prossimo libro, se ritenuto idoneo, non potesse essere spostato ad altra collana. Questo vuol dire che "Ombre" ha fatto un ottimo lavoro incontrando il favore di lettori e commentatori. Ne è prova la decina scarsa di copie ancora rimaste nelle varie librerie che aspettano di essere vendute. Dopodiché, essendo le copie disponibili arrivate al lumicino, si procederà ad una ristampa. "Sulle ali di Althaira", quindi, potrebbe vedere una destinazione diversa, probabilmente enfatizzata anche dal fatto che si tratta di un'opera fantastica. Confermo il numero dei racconti e i titoli e confermo anche il gradimento fatto dalla mia personalissima "giuria" privata cui do in pasto i miei testi prima di proporli alla Casa Editrice. Se ricordate, è di questo che accennavo nel precedente post. La mia usanza, cioè, di proporre il testo finito ad una ristretta cerchia di lettrici già avvezze alla mia produzione letteraria in modo da averne pareri e critiche costruttive. Una fase fondamentale, questa, per evitare all'autore deliri di onnipotenza inutili e soprattutto controllare errorucci e refusi che sfuggono SEMPRE all'autore e MAI ai lettori. Negli ultimi mesi si è poi aggiunta una nuova figura fondamentale nel consigliarmi ed è quella di un collega scrittore con cui ci scambiamo spesso le opere inedite per una reciproca valutazione dei rispettivi scritti. Si tratta di Ivan Croce, che già scrisse un bel racconto, presente tra i primi post di questo blog "Il canto della paradisea", ispirato al mio "Sull'oceano del tempo" a sua volta facente parte de: "Alfa e Omega". La statistica di gradimento dei lettori mette al primissimo posto "La melodia del cuore" che pare sia "strappalacrime e molto, molto intenso!" mentre "Althaira" sembra essere a pari merito anche se non è stato concepito per evocare sensazioni di profondo struggimento, ma come racconto rilassante e riflessivo. "Leyla" costituisce un caso a sé. Le lettrici della mia "giuria" lo avevano già letto e apprezzato e suppongo che sarebbe stato al primo posto se non lo avessero mai visto. "Il canto della solitudine" è stato giudicato benevolmente anche se un pò triste. Il parere complessivo sul libro è molto buono e gli errori che mi sono stati mossi sono soprattutto refusi superficiali. Questo mi fa ben sperare che anche questo volume possa essere ragionevolmete apprezzato dagli altri lettori. Naturalmente, anche "Sulle ali di Althaira" condividerà l'iniziativa "Un aiuto a colpi di penna" che consiste semplicemente nell'acquistarne una copia. Parte del ricavato andrà alle associazioni onlus di cui potrete seguire tutti i dati fondamentali sul sito dell'Associazione Servizi Culturali che la promuove. Ultime curiosità su questo volume riguardano la scelta dell'introduzione e la copertina. La prima sarà fatta da una persona di sicuro valore letterario che conosce i miei libri e la mia narrativa. Sono ancora indeciso e lascio fare all'ottima Antonella - compagna di vita, donna d'idee, ottima consigliera, giornalista molto brava e preparata (insomma TUTTOLOGA) - che già curò quella di "Quattro Ombre Azzurre" e la postfazione di "Ultima Thule". A lei spetterà scegliere la persona più idonea per un simile, delicato incarico. Quanto alla copertina... sarà affidata a voi! E già, perchè spetterà proprio a voi votare la copertina che più vi piace in modo tale da condividere insieme non soltanto le emozioni del libro ma TUTTO il libro a partire dalla sua "fisicità". Un grazie simbolico nei vostri confronti per farmi sognare e scrivere! Per cui attendete prossime notizie...



Massimo Valentini

martedì 22 settembre 2009

Il vero Heroic Fantasy







Miei cari lettori buongiorno a tutti! Non immaginavo certo di scatenare un tale polverone sulla querelle Fantasy si/fantasy no, ma ne sono felice perché significa che siete tutti molto attenti e sensibili agli argomenti trattati. Do il mio benvenuto anche ai nuovi lettori, o comunque, ai nuovi commentatori di questo blog e li invito a seguire i vostri interessantissimi commenti. E adesso basta con le sviolinate e andiamo a rispondere ai vostri interrogativi… “Sulle ali di Althaira” non sarà fantasy ma fantastico. In effetti, è ancora in valutazione e prima di avere l’ok dalla Casa Editrice passerà non meno di un mese e mezzo e questo è un tempo ridotto solo perché sono già un loro Autore. Infatti, per chi si accosta la prima volta alla 0111 Edizioni di norma l’attesa è sui tre mesi. Il mio post precedente, quindi, aveva lo scopo di informarvi sui miei progetti più vicini, non di fissare date. E proprio per venire incontro ad alcuni di voi che me lo hanno chiesto, di “Sulle ali di Althaira” potrebbe far parte anche il racconto breve “Leyla”. Di solito la mia Casa Editrice non pubblica testi già editi, ma nel caso di questo racconto, si potrebbe fare e mi sono pertanto adoperato presso la sede opportuna ottenendo risposta positiva. Scendendo in dettaglio, direi che sia “Leyla” sia “Il canto della solitudine” hanno sapore fantasy in quanto sono entrambi prose poems con relativa atmosfera. Quanto al genere Fantasy lo condivido ma, esattamente come tutti gli altri generi, solo nelle sue forme letterarie e meno commerciali. Condivido alcuni di voi quando affermano che il mercato è fin troppo inflazionato di trame e romanzi, non solo fantasy, che hanno il sapore di cose già viste e sentite. Del resto è la legge del mercato richiedere le ricette “vincenti” che vanno per la maggiore. Vi farò un esempio cambiando argomento. Pensate all’affermazione di molte Case Automobilistiche quando dicono che il nuovo modello di un’auto è tot volte più rigida e sicura del modello precedente. Questa frase è invariata da vent’anni ormai, ma cosa vuol dire, esattamente? Letteralmente, implica che i vecchi modelli erano assolutamente poco sicuri dal punto di vista dinamico e altre caratteristiche. Ma il mistero sta nel fatto che TUTTI i nuovi modelli sono presentati come sicuri e innovativi rispetto a quelli che li precedono. Certamente, le specifiche per le nuove auto obbligano i costruttori a migliorare questo o quell’aspetto ma siamo poi certi che la macchina che acquisteremo sarà migliore, sotto tutti i punti di vista, della precedente? Naturalmente no. Non basta un nuovo design e qualche airbag in più a fare di un’auto un’ALTRA auto. Ma il mercato vuole nuovi modelli e poiché non si può reinventare la ruota aggiungiamo nuovi orpelli alle cose già viste. Applicato questo concetto al mondo del libro otteniamo che: idee quali vampiri, alieni invasori, fate, elfi, draghi ecc sono tutti ingredienti tipici della letteratura fantastica, nel senso più ampio del termine. Autori come Tolkien, Ende, Howard hanno tracciato la strada da un pezzo ed è logico che molti potenziali scrittori e moltissimi autori di best sellers, spinti dall’interesse verso questi temi, siano attratti al massimo grado da essi. Non è mio il compito di giudicare i lavori o i gusti altrui. Io mi limito a presentare i miei. Personalmente, faccio lo scrittore ma non seguo il mercato. Se dovessi mettermi davanti alla tastiera e cercare di elaborare una trama seguendo i dettami della moda – che siano fantasy o fantastici non importa – scriverei probabilmente robaccia. Credo che la massima aspirazione, in arte, sia quella di scrivere ciò che ci spinge non quel che presumiamo possa farci diventare ricchi e famosi. Per questo, se la mia vena creativa è orientata al fantasy cercherò di tracciare una storia poco nota e originale, altrimenti lascio perdere. Quanto ai miei gusti fantasy, seguo un filone diverso da quello che va per la maggiore oggi. Una persona, la prof.ssa Margherita (mi scusi, ma non conosco il Suo cognome) ha citato Howard. Beh, è proprio di lui che volevo parlare per far capire a voi tutti i miei gusti in fatto di fantasy. Robert Erwin Howard, a mio modo di vedere, appartiene a quella schiera, assai poco nutrita in verità, di scrittori di primissimo livello. Come lui, solo pochi altri nomi hanno letteralmente inventato il genere ed è ad essi che, in un modo o nell’altro, devono molto tantissimi autori contemporanei. Così come Bram S. è il padre di Dracula (e tutti i filoni ad esso legati) molte figure fantasy (e pseudostoriche in generale) devono a scrittori come Howard praticamente tutto. Per darvene un’idea parlerò della sua vita e, soprattutto, della sua nutritissima produzione letteraria. Howard era autore di racconti fantasy di una vividezza incomparabile. Era nato in Texas nel 1906 e morì solo trent’anno dopo. Il suo primo racconto, "Spear and Fang", lo scrisse all’età di 16 anni che pubblicò sulle pagine della rivista Weird Tales. L’anno dopo pubblicò il suo primo romanzo, "Wolfshead", sempre sulle pagine della stessa rivista. Riviste come Weird Tales, Astounding Stories, The Vagrant e molte altre, erano la cornice più sicura per chi volesse cimentarsi con la SF, il Fantasy e il Fantastico, negli Stati Uniti. Davano la possibilità agli autori di acquisire una sicura notorietà e diedero, cosa importante, i natali ad alcuni grandissimi autori. Nel 1928 Howard compose una serie di racconti aventi come protagonista lo spadaccino puritano Solomon Kane, un antieroe impegnato a vivere epiche avventure in terre abitate da mostri, lamie, arpie, demoni e spettrali rovine primordiali nel cuore dell’Africa nera. Altri racconti furono ambientati in epoche lontanissime che vedevano i fulgidi templi di Atlantide, Lemuria e Mu svettare orgogliosi verso il cielo. In questo ciclo il protagonista era il re Kull di Valusia. E adesso tenetevi forte, almeno chi di voi è un fanatico di Conan il barbaro. "The Phoenix and the Sword", datato 1932, fu il primo racconto sulle gesta di Conan il Cimmero. Caratteristica di Howard e lasciatemelo dire, di ogni vero scrittore, era l’accuratezza infinita delle descrizioni, la precisione nei dettagli unite a una fertilità immaginativa di sicuro impatto. Se leggerete uno dei suoi racconti troverete una qualità assolutamente superiore a quella di tantissimi libri odierni, di emergenti o affermati non importa. La sua passione per gli sport lo indusse a delineare il marinaio Steve Costigan che visse avventure in regioni esotiche e inesplorate. Scrisse anche parecchie poesie che furono utilizzate, perlopiù, come intestazione dei capitoli per i suoi romanzi. Ovviamente erano poesie incentrate sulle gesta dei guerrieri che andava immaginando! La sua cultura era fenomenale, per un uomo della sua età, e il suo carattere poco gli permetteva di sottoporsi alle richieste del mercato, per quanti sforzi facessero editori e simili. E in effetti, raramente dava vita a personaggi piatti e stereotipati. Vi invito a badare che l’epoca di cui stiamo parlando, il 1930, non era “vergine” dal punto di vista delle idee. Tanti autori si lamentavano già di vampiri, mostri, alieni, fate e uomini lupo a spasso per le terre di tantissimi racconti e romanzi e Howard non era da meno. Odiava con tutte le sue forze i puerili tentativi delle riviste di scalfire la purezza dei suoi personaggi inserendovi improbabili storie d’amore o delicate ancelle sovrannaturali perché ogni cosa nella sua produzione era imperniata nella verosimiglianza estrema. Un qualcosa che i lettori di Valerio Massimo Manfredi sapranno, immagino. Quando morì il mondo dell’Arte Letteraria, quella vera, quella scritta in maiuscolo, ha subito una durissima perdita. E chi, tra i Grandi coevi, scrisse qualcosa su di lui fece come H. P. Lovecraft che in una lettera a un suo corrispondente scrisse:

 

“Che un artista così autentico (R. E. Howard, n.d.r.) debba morire mentre centinaia di ipocriti scribacchini continuano a inventare falsi fantasmi, vampiri, astronavi e investigatori occulti, è davvero una triste ironia cosmica!”.

 

I suoi gusti letterari spaziavano dal vero al reale e un odio inesorabile verso tutto ciò che sapeva di artificioso. I suoi amici erano tantissimi ma non fece mai parte di cerchie letterarie e aborriva dal più profondo del cuore i circoli animati da emozioni pretestuosamente artistiche che poi tali non erano. Con gli scrittori fantasy come lui intrecciò moltissime lettere senza mai avere contatti personali, tranne E. Hoffman Price, anch’egli scrittore “emergente”, la cui vastissima erudizione lo impressionò oltre ogni dire. Howard era alto un metro e ottanta e aveva un fisico da lottatore. Nessuna meraviglia che Conan il Cimmero fosse un suo alter ego. E nessuna sorpresa se, nonostante anche lui mettesse molto di sé nei propri racconti e romanzi, non lo facesse come si fa oggi, con personaggi stereotipati che abitano alle porte della propria città, ma instillasse la propria stessa essenza in personaggi assolutamente lontani ma assolutamente realistici, immersi in città e ambientazioni che aveva studiato su libri e carteggi. Scriveva soprattutto di notte e, come spesso accade, il suo carattere non era dei più facili, anche se aveva un ottimo senso dell’umorismo. Viveva periodi in cui era capace, in una notte, di scrivere pagine e pagine sui suoi beniamini ed altri in cui non scriveva nulla. Detestava chi si vantava di scrivere, poniamo, 20 pagine a settimana, perché secondo il suo modo di vedere la qualità non andava d’accordo con la quantità. Opinione che condivideva con Poe, Lovecraft, Bradbury e il primissimo Asimov. Quando è morto, una parte del fantasy è morto con lui. So di attirarmi le critiche di molti autori contemporanei ma dico ugualmente che nessuno, e lo dico con assoluta convinzione, è in grado oggi di stargli al passo. L’Arte vera non risente dello scorrere del tempo e quindi nessuno dei suoi racconti suonerebbe oggi come datato o superato. Al contrario, l’Arte è come il vino di pregio. E’ fatta per ammonire i discendenti di non alzare troppo la cresta quando bevono alla fonte del vinello imbottigliato nel bric di cartone. In fondo, il vero nettare è allo stesso tempo molto più antico e moderno del loro!






Massimo Valentini